«Affermare che la vita umana sarebbe migliore senza la morte equivale, credo, ad affermare che sarebbe migliore se non fosse umana[1]».
Sommario: 1. Introduzione; 2. La crionica: una breve definizione; 3. Problematiche bioetiche; 3.1 La crionica come opportunità per sconfiggere la morte; 3.2. Argomentazioni bioetiche contrarie alla crioconservazione; 3.3. Tra eutanasia e crioconservazione: la criotanasia; 4. Conclusioni.
1. Introduzione
La ricerca dell’immortalità è una problematica che da sempre impegna gli esseri umani. Si pensi solamente all’Epopea di Gilgamesh ossia il poema più antico dell’umanità (III sec. a.C.) il quale narra la storia di Gilgamesh, re di Uruk, che affranto dalla morte dell’amico Enkidu nonché dalla presa di coscienza circa il destino mortale comune agli uomini intraprende quale nuova sfida quella della ricerca dell’immortalità.[2]
Al giorno d’oggi sembra che la ricerca dell’immortalità sia assistita da un supporto tecnico-scientifico che offre la possibilità alle persone di vivere per sempre, altrimenti detto «forever for all». Questa nuova ricerca dell’immortalità prende il nome di crionica una procedura che si inserisce all’interno della filosofia transumanista e che possiede quale ultimo obiettivo «la conquista della morte[3]». Si tratta di una missione non priva di ostacoli rappresentanti sia da aspetti medico-scientifici, sia bioetici che legali.
Un’indagine condotta durante l’anno 2016 riportava che sono 377 le persone attualmente crioconservate in tutto il mondo e 2.000 sono in attesa di esserlo[4]. Le organizzazioni che offrono questo servizio sono essenzialmente tre: Alcor Life Extention Foundation, Cryonics Institute e KryoRus. Alcor Life Extention Foundation possiede una propria sede distaccata all’interno del territorio dell’Unione Europea, precisamente in Portogallo, al fine di fornire informazioni a coloro i quali dovessero essere interessati a circa la procedura di crioconservazione o neuropreservazione, mentre Kriorus ha stretto degli accordi in Italia con Polistena Human Criopreservation.
La tematica che si affronta con questo breve elaborato concerne la riflessione bioetica circa il diritto sotteso a queste pratiche ossia il diritto all’immortalità[5]. Il metodo che verrà seguito consta, in un primo momento, nell’illustrazione scientifica della crionica evidenziandone lo scopo e le modalità per poi successivamente procedere alla disamina delle problematiche bioetiche affrontate in letteratura. Precisamente si analizzeranno le opinioni favorevoli e contrarie alla crioconservazione per poi dedicare l’ultimo paragrafo all’emersione di una nuova tecnica medica ossia la criotanasia. Quest’ultima risulta essere la crasi di crionica ed eutanasia e avrebbe l’ambizione di presentarsi come una pratica medica capace di cogliere gli aspetti positivi sia della crioconservazione che dell’eutanasia.
L’obiettivo che si intende perseguire concerne la prospettazione delle diverse posizioni bioetiche rispetto alla problematica posta dalla crionica e certamente non possiede quale obiettivo maggiormente ambizioso quello di fornire una risposta effettiva alle problematiche poste da questa pratica inedita.
2. La crionica: una breve definizione
La crionica[6] è stata definita[7] sia come «a promise to revive that is itself continually at risk, in exposure. Something other than the present, something yet to come, insures the cryonic body. Cryonics cannot stand to be alone; it is itself networked with something other, even if that other be nothing but futurity. Productive, in frenzied motion, the frozen body does not stand still. It moves along a constant reinscription of the promise, a constant promise to promise. It is in part the promise of the machine[8]» sia come «a movement that often raises eyebrows and which also raises interesting questions about temporality, value, and scientific salvation[9]».
Da un punto di vista medico-scientifico la crioconservazione è un processo mediante il quale viene rallentato il metabolismo cellulare di un organismo senza provocarne la morte[10] allo scopo di conservare il corpo umano fino al momento in cui gli sviluppi tecno-scientifici saranno in grado, in primo luogo, di curare la malattia del soggetto[11] e, in secondo luogo, di riuscire a “risvegliarlo”[12].
La procedura di crioconservazione è necessario che inizi il prima possibile a seguito della dichiarazione di morte. Successivamente la prima operazione consiste nel ripristinare la funzione circolatoria e respiratoria con l’ausilio di un rianimatore cuore-polmone per somministrare al paziente farmaci crioprotettori necessari per ridurre al minimo i danni causati dal processo di congelamento. Successivamente il cryopatient verrà raffreddato gradualmente fino a -110 gradi all’interno di una soluzione liquida composta da silicone. Qualora il soggetto dovesse optare per la soluzione della neuropreservazione[13] si procede a rimuovere la testa dal resto del corpo e la procedura verrà effettuata solamente per quanto concerne la testa[14].
A seguito di questo primo passaggio il paziente subirà un ulteriore processo di raffreddamento al termine del quale lo stesso verrò conservato ad una temperatura di -329 gradi in azoto liquido[15].
La crionica nonostante la dettaglia descrizione dei protocolli utilizzati per attuare le procedure di crioconservazione e neuropreservazione possiede attualmente uno status epistemico che la rende estremamente controversa[16]. In primis si deve ricordare che la Society for Cryobiology[17] ha precisato nel proprio Statuto che qualunque scienziato pratichi o promuova la crionica verrà espulso[18]. In secundis non si sa se la sospensione crionica produrrà o meno i propri effetti, quindi, la stessa può essere definita come un trattamento sperimentale rispetto al quale i risultati sono indefiniti[19].
3. Problematiche bioetiche
Le procedure di crioconservazione e neuropreservazione richiedono un’attenta analisi bioetica circa la loro ammissibilità. Le problematiche che le stesse pongono non concernono solo la definizione di morte[20] ma anche la necessità di chiedersi se la crionica appartenga o meno alla junk science[21], se sia ammissibile intervenire alla fine della vita umana eliminando addirittura il concetto di morte[22] ed, infine, anche aspetti strettamente giuridici[23].
Si tratta di elementi critici estremamente complessi che richiederebbero una analisi più approfondita. In questo breve elaborato ci si limiterà solamente ad evidenziare le contrapposte posizioni bioetiche in tema di crioconservazione analizzando anche un nuovo aspetto della crioconservazione umana ossia l’unione di questa con il concetto di eutanasia.
I seguenti paragrafi saranno quindi dedicati ad analizzare le posizioni etiche favorevoli e contrarie alla crionica ed infine verrà illustrato un nuovo orientamento in base al quale si dovrebbe trattare di criotanasia ossia una crasi tra crionica ed eutanasia la quale riuscirebbe ad esprimere solamente gli effetti positivi appunto dell’eutanasia e della crioconservazione.
3.1 La crionica come opportunità per sconfiggere la morte
I sostenitori della crioconservazione fondano il loro ragionamento partendo da un assunto ossia che la vita e la salute possono essere qualificati come aspetti positivi mentre la malattia e la vecchiaia sono per loro stessa natura dei mali. Logica conseguenza di questa affermazione è che la tecnica e la scienza devono arrivare a debellare e sconfiggere sia la morte che la malattia[24].
È stato altresì sostenuto che la crionica sia compatibile anche con i quattro principi etici della professione medica elaborati da Beauchamp and Childress[25] ossia rispetto per l’autonomia, non maleficenza, beneficenza e giustizia, cioè se un paziente è informato correttamente e sceglie liberamente di sottoporsi a crioconservazione si dovrebbe agevolare questa volontà in ossequio ai principi di autonomia e giustizia[26].
Il principio di autonomia rispetto alle procedure di crioconservazione e neuropreservazione è stato interpretato come l’esistenza di un obbligo in capo ai famigliari e al personale medico di procedere ai trattamenti scelti dal paziente quando egli ha manifestato la propria volontà, in maniera libera e conforme alla legge[27]. Il principio di non maleficenza verrebbe rispettato riflettendo sulla circostanza secondo cui la crionica produrrebbe meno conseguenze negative rispetto alle pratiche di sepoltura o di cremazione[28]. Di conseguenza la crioconservazione integrerebbe una migliore procedura alternativa rispetto alla sepoltura o cremazione e rispetterebbe quindi il principio di beneficenza. Infine, è stato osservato che se una persona sceglie liberamente di sottoporsi al trattamento di crioconservazione e se ha disponibilità economiche idonee a fronteggiare il costo le dovrebbe essere consentito di accedere in maniera equa alla crionica in ossequio al principio di giustizia[29].
All’obiezione secondo cui la crioconservazione costituisce una pratica speculativa e che fino a questo momento nessuno dei criopazienti sia stato risvegliato i sostenitori della crionica evidenziano che ci sono delle importanti scoperte scientifiche che offrono ottimi risultati circa la procedura di risveglio delle persone in stato di crioconservazione. La circostanza secondo cui in questo preciso momento non è possibile “risvegliare” i crioconservati non significa che ciò sia impossibile anche in un futuro più o meno prossimo[30]. La contro-obiezione che viene mossa a questa affermazione è che in realtà il rischio per i cryopatient di divenire non-persone è maggiore rispetto all’interesse degli stessi di prolungare la loro vita[31].
3.2. Argomentazioni bioetiche contrarie alla crioconservazione
Uno dei primi argomenti utilizzati per obiettare alla posizione di coloro che sostengono la crioconservazione sia una pratica da incentivare è quello in base al quale la vita dopo essere stati “risvegliati” potrebbe non essere altrettanto soddisfacente di quella che il soggetto viveva prima di essere sottoposto a crioconservazione. Questa tesi si fonda sull’assunto in base al quale a seguito del risveglio il soggetto sarebbe vecchio, possiederebbe un corpo deteriorato e non sarebbe circondato da tutte quelle persone che erano presenti quando lui era in vita ossia amici, parenti, colleghi di lavoro, ecc. Oltre a questo una volta rianimato l’individuo si troverebbe inserito in un contesto sociale totalmente diverso nel quale scopre che le proprie capacità lavorative, ad esempio, risultano essere non adeguate[32].
A queste obiezioni i sostenitori di detta pratica rispondono che nulla vieta ai soggetti di decidere di crioconservare anche amici o parenti. Di conseguenza questo non potrebbe costituire un argomento per contrastare le procedure di crioconservazione in quanto le stesse potrebbero essere paragonate a delle procedure salvavita. Queste ultime spesso vengono utilizzate per salvare la vita a individui isolati dal contesto sociale nel quale sono inseriti e dato che potrebbe accadere che i loro amici o famigliari non ricevono le stesse cure si potrebbe arrivare a sostenere come i trattamenti medici salvavita non dovrebbero essere utilizzati. Accostare il concetto di crioconservazione a procedura medica salvavita risulta essere abbastanza capzioso e pericoloso poiché per quanto concerne la prima non si hanno prove scientifiche circa la validità e la riuscita della conservazione in quanto il successo effettivo della crionica dipende non solo dalla possibilità di rianimare il criopaziente ma anche che lo stesso non riporti lesioni tali da determinarne la morte o da causare gravi deficit fisici e psichici.
Per quanto concerne l’ambito lavorativo i crionisti prospettano essenzialmente due opzioni. La prima è che nell’era post-umana e post-crionica il lavoro non dovrà essere considerato come necessario per creare ricchezza. La seconda possibilità è che il lavoro sarà ancora necessario ma in questo caso le persone rianimate potrebbero svolgere le mansioni che svolgevano prima di essere crioconservati oppure decidere di cambiare carriera o lavoro.
Rispetto alla tesi secondo cui morire risulta essere un aspetto positivo sia per il singolo individuo che per la società i sostenitori delle pratiche di crioconservazione potrebbero obiettare in due modi differenti. Un primo consisterebbe nella negazione circa il beneficio della morte. Si tratta di un’argomentazione ragionevole almeno ad una prima osservazione poiché tutti i soggetti combattono per evitare la morte[33] e tutta la pratica medica risulta trovare le proprie radici su questa premessa. Una seconda possibile risposta è quella secondo cui la crionica offre la possibilità di vivere una vita più lunga non di divenire immortali.
La morte possiede un aspetto positivo anche dal punto di vista demografico poiché essa evita la sovrappopolazione, anche a questa affermazione un crionista potrebbe rispondere un due maniere differenti[34]. Una prima concerne la considerazione secondo cui è improbabile che la popolazione divenga un problema significativo poiché più il paese diviene sviluppato più diminuisce il tasso di natalità[35]. Una seconda potenziale risposta è che non è strettamente correlato che una popolazione più numerosa sia un aspetto negativo poiché se una popolazione numerosa comporta delle sfide essa porta anche maggiore specializzazione quindi maggiore commercio e, di conseguenza, maggiore ricchezza[36].
È stato osservato che la vita è un diritto, non un privilegio, e di conseguenza non deve essere sacrificata per una vita potenziale[37]. Il vero problema è che mediante la crionica e l’utilizzo di altre tecnologie si cerca di eliminare la morte dall’orizzonte esistenziale sostituendola con una fede nell’immortalità tecnologica. La morte viene trasformata in una finzione da quel mercato in via di sviluppo ossia il mercato dell’immortalità promessa[38].
L’ideologia alla base della crionica sostanzialmente non prende in considerazione la conservazione della personalità umana poiché l’unico oggetto al centro della riflessione è costituito dalle operazioni medico-legale da compiere dal momento in cui cessa il battito cardiaco a quello in cui il criopaziente viene immerso in azoto liquido all’interno dei silos. È evidente, di conseguenza, l’assenza della persona mentre ciò che risulta essere centrale è la trasformazione del corpo umano in una res. La persona umana, precisamente, risulta essere ridotta a mera materia cerebrale[39] ossia alla vitalità delle funzioni e dei tessuti cerebrali sulla base dell’assunto secondo cui fino a quando il cervello può essere recuperato la persona non può dirsi essere morta[40].
Per quanto concerne la neuropreservazione sono stati evidenziati i rischi che la stessa pone. Si tratta infatti di una procedura che richiede la conservazione solamente della testa e viene altamente consigliata sia per il suo minor costo[41] sia perché consentirebbe di realizzare il principale obiettivo dei transumanisti[42] ossia l’ibridazione con il non-umano e, precisamente, la possibilità di trasferire la mente umana[43] su un supporto artificiale, cioè su un supporto non biologico tramite il mind uploading[44]. Lo scopo di detta procedura sarebbe quello di rendere molto più veloce il tempo di elaborazione del cervello umano ma anche di creare delle connessioni via wireless tra gli stessi postumani creando quindi delle comunità virtuali[45]. Il mind uploading tuttavia contiene anche degli aspetti negativi quali la possibilità di contrarre virus elettronici, la realizzazione di crimini virtuali ma anche la riduzione della libertà ed autonomia poiché in questo modo i postumani risulterebbero essere controllati in maniera perenne da quelle che sono state definite le reti intelligenti[46]. Ulteriore obiezione concerne il rischio che da questa fusione tra umano e non-umano oltre alla progressiva sostituzione del secondo al primo si realizzi quella che è stata definita «la massima dissimulazione del potere». Questa riflessione affonda le proprie radici nella circostanza secondo cui se una certa razionalità tecnocratica viene espressa da esseri umani la stessa può essere suscettibile di attribuzione di responsabilità mentre nel momento in cui detta razionalità risulta essere il prodotto impersonale e disumanizzato di un algoritmo questa si deresponsabilizza. A questo punto si assiste alla «tendenziale espulsione del soggetto dal suo rapporto con il sapere e il potere»[47] oltre che al «pantecnologismo[48]».
Infine, ulteriore critica che può essere mossa è che i criopazienti potrebbero essere qualificati come homines sacri[49]. Precisamente il criopaziente diverrebbe homo sacer a partire dal momento in cui viene privato del suo bíos ossia al momento della morte legale, ma, allo stesso tempo, egli è zoé[50] di conseguenza trova applicazione l’affermazione secondo cui «ogni volta che ci troviamo davanti a una nuda vita che è stata separata dal suo contesto e, sopravvissuta per così dire alla morte, è, per questo, incompatibile con il mondo umano. La vita sacra non può in nessun caso abitare il mondo degli uomini[51]». La qualificazione dei cryopatients come homines sacri è giustificata dalla circostanza secondo cui essi risultano essere sostanzialmente esclusi dalla giurisdizione[52], non possiedono uno statuto definito da leggi positive e non vengono riconosciuti loro dei diritti fondamentali[53].
L’unica forma di protezione che viene accordata ai crioconservati è quella riconosciuta dalla comunità della crionica ma si tratta sostanzialmente di una tutela fittizia posto che Alcor Life Extention Foundation[54] non si ritiene responsabile circa la riuscita del trattamento, dell’insorgenza di eventuali rischi derivanti dallo stesso nonché degli eventuali problemi medici e legali che potrebbero sorgere sia dall’esecuzione del trattamento sia dalla sottoscrizione ed eventuale esecuzione del contratto[55] che viene concluso con i soggetti interessati[56]. Si tratta di una tutela modellata alla luce della inclusione prima facie di tutela del crioconservato ma che in realtà si sostanzia in una esclusione.
3.3. Tra eutanasia e crioconservazione: la criotanasia
I medici nella gestione dei malati terminali e incurabili spesso hanno dovuto affrontare la decisione circa la possibilità di continuare ad assistere o porre fine all’esistenza dei loro pazienti nel modo più indolore possibile. Questa circostanza è legata alla caratteristica peculiare della morte per come è conosciuta oggi, ossia l’irreversibilità. La soluzione quindi sarebbe la crionica che, di conseguenza, renderebbe obsoleto il concetto stesso di eutanasia[57]. L’assunto su cui si fonda questa impostazione teorica è che il diritto alla morte è un diritto qualificabile come egoistico, immorale, contrario alla legge della natura nonché ai principi della professione medica[58] i quali dovrebbero possedere quale monito «primum non nocere» quindi qualsiasi pratica che dovesse eludere questo principio non potrebbe definirsi medica[59].
In questo contesto si inserisce la riflessione circa la criotanasia ossia una procedura diretta ad interrompere la vita della persona affetta da una malattia incurabile e da prolungate sofferenze fisiche nella speranza di essere in grado un giorno di rianimarla, curarla e aumentare la sua aspettativa di vita.[60] La criotanasia, quindi, avrebbe quale aspetto positivo la possibilità di far cessare la sofferenza del paziente mediante la procedura di crioconservazione, la quale viene ritenuta dai suoi sostenitori come uno stato di biostasi reversibile, senza produrre l’effetto negativo dell’eutanasia ossia la cessazione permanente della vita umana.
Si realizzerebbe una procedura diversa rispetto a quella contemplata dalla crionica definita “classica” poiché la criotanasia determina un accorciamento della vita “naturale” richiedendo quindi di decidere se accorciare il decorso della propria vita per vivere una vita più lunga in futuro qualora la procedura di crioconservazione dovesse avere successo rispetto alla certezza di possedere minori aspettative di vita qualora si volesse attendere la fine naturale della propria vita[61].
Alla criotanasia si applicano le critiche già illustrate rispetto alla crioconservazione umana ossia la circostanza secondo cui non è dimostrato attualmente che la crionica funzioni. In questo modo verrebbe offerto un trattamento medico a delle persone vessate da sofferenze fisiche nella prospettiva di interrompere, per un breve lasso temporale, la loro vita per poi poterne vivere una migliore senza le sofferenze provocate dalla malattia. In realtà queste persone verranno conservate per molto tempo a temperature molto basse in una situazione simile a quella del corpo del defunto che viene cremato o sepolto.
Alla luce di queste considerazioni la criotanasia dovrebbe essere considerata come un trattamento sperimentale giustificato dal fatto che l’unica alternativa è morire in breve tempo. Adottando questo ragionamento, sarebbe nell’interesse dei pazienti poter accedere ad un trattamento non sicuro per avere la speranza e possibilità di sopravvivere?
4. Conclusioni
Le posizioni bioetiche appena esposte risultano essere opposte tra di loro in maniera speculare ma nessuna di queste affronta in maniera radicale e profonda le problematiche che si celano dietro alle pratiche di neuropreservazione e crioconservazione. L’aspetto maggiormente problematico, nell’opinione di chi scrive, è dato dalla volontà di accostare la criotanasia a pratiche mediche salvavita incentivando, in questo modo, l’emergere di pratiche che non possiedono una validità scientifica.
La soluzione che si propone è che un team di medici, biologici, medici, bioeticisti prendano posizione circa l’ammissibilità o meno di questo pratiche al fine di ammettere o non ammettere il possibile ricorso alle stesse. A seguito di questo primo intervento dovrebbe seguirne uno ad opera di giuristi qualora si volesse ammettere, nel senso di regolamentare[62], la crionica o del legislatore qualora il parere di questo team di esperti dovesse essere negativo.
L’auspicio è che la ricerca non solo tecnico-scientifica ma anche bioetica venga incrementata il prima possibile al fine di evitare che un’eventuale decisione venga assunta, situazione che si è già verificata, in sede giudiziaria, sede che non risulta essere certamente la più idonea per affrontare problematiche sia bioetiche che biogiuridiche. Se infatti non è compito dello Stato «tutelare i supposti diritti di Dio sulla vita di ogni uomo[63]» è necessario che il dibattito e le decisioni vengano assunte prima che sia proprio lo Stato a dover decidere tramite i propri poteri. Il riferimento è ovviamente al potere giudiziario[64] che negli ultimi anni si è trovato più volte a dover affrontare problematiche bioetiche in assenza di una disciplina che recepisse effettivamente il dibattito bioetico. È necessario evidenziare che gli sviluppi della tecnica e della scienza non sono conformi all’evoluzione della bioetica e del biodirito, si tratta di discipline che possiedono due velocità diverse e le prime, ossia quelle appartenenti all’ambito tecnico-scientifico, progrediscono ad una velocità estremamente superiore[65].
Per cercare di concludere si prospettano essenzialmente due riflessioni, una elaborata dalla Congregazione per la dottrina della fede Dignitas personae e l’altra affonda le proprie radici nella mitologia greca.
La prima nel 2009 ha sostenuto che le diverse tecniche appartenenti al potenziamento genetico possiedono in comune una problematica assai più ampia ossia la manifestazione di «una sorta di insoddisfazione o persino di rifiuto del valore dell’essere umano come creatura e persona finita» e il tentativo di queste nuove scoperte tecnico-scientifiche concerne non solamente la volontà di creare una nuova tipologia di uomo ma anche «una nuova dimensione ideologica secondo la quale l’uomo pretende di sostituirsi al Creatore[66]».
Il secondo, invece, è il mito dell’immortalità nel racconto di Eos e Titone[67]. Si tratta di un mito che essenzialmente espone il problema della finitudine della vita umana e delle condizioni necessarie per poterla superare. L’aspetto critico è dato dal fatto che rendere «immortale il mortale» deve essere rapportato alla dimensione corporale e quindi alla salute, alla giovinezza, al vigore. Nel mito Titone diviene immortale a seguito delle preghiere rivolte a Zeus dalla sua amante grazie alle quali il padre degli dei concede a Titone il dono di procrastinare la propria finitudine umana ma questo porta Titone a divenire, prima, una voce lamentosa e, successivamente, una cicala.
L’insegnamento che questo mito tramanda è che non è sufficiente il dono dell’immortalità alla vita umana per liberare quest’ultima dai propri limiti, infatti, «la natura non pone dei limiti all’esperienza umana esclusivamente nei termini della sua durata, cioè come finitudine dell’esistenza, ma pone dei limiti anche nella sua qualità, cioè come condizione dell’esistenza, in senso biologico[68]». In altre parole non viene chiesto all’essere umano di cambiare la propria natura ma di seguirla, non è sufficiente essere al di là della vita terrena perché anche qualora l’uomo dovesse divenire immortale la natura si riprende la propria posizione di supremazia[69].
In senso analogo nella letteratura mitologica troviamo un altro mito che tramanda un messaggio molto simile, ossia il mito di Chirone[70]. L’insegnamento di questa seconda narrazione mitologica è che conferire un potere illimitato alla tecnica pone dei rischi collegati strettamente a quella che è la natura della tecnica ossia l’essere illimitata e non possedere ostacoli. Il monito quindi che viene tramandato è che se l’uomo dovesse far agire la propria volontà in campi appartenenti e riservati agli dei non è detto che riesca poi a limitare la potenza propria dell’uomo a manipolare e piegare ad utilità ogni cosa[71].
Nonostante ciò, si profila la possibilità di discorrere di una forma di crioconservazione definibile come “terapeutica”, ossia, la criotanasia[72]. Da qui, di conseguenza, la possibilità di “bloccare”, in modo temporaneo, la vita di una persona ai fini di cura per, successivamente, consentirle di proseguire la propria vita nel momento in cui la ricerca medico-scientifica avrà sviluppato una terapia per quella particolare malattia[73].
La proposta appena avanzata potrebbe essere definita come “costituzionalmente” orientata o costituzionalmente compatibile[74] poiché andrebbe a preservare l’unicità dell’essere umano[75] fornendo concreta attuazione all’unico diritto sancito come fondamentale dalla stessa Carta costituzionale italiana[76]. Da qui la vera sfida per la riflessione bioetica è quella di preservare la natura umana consentendo, però, al tempo stesso, all’evoluzione tecnologica di essere un valido supporto e strumento per l’uomo. In questo senso, quindi, l’evoluzione tecnico-scientifica deve essere al servizio dell’umanità e non un modo per pervenire a negare l’essenza stessa dell’essere umano. Per definizione, egli è un essere vivente, sociale e dotato di un corpo fisico, non sintetico[77]. In questa direzione, ulteriore profilo da prendere in considerazione attiene alla necessità di apprestare una tutela all’individuo la cui capacità di autodeterminazione terapeutica potrebbe risultare compromessa[78].
Da qui, la possibilità di definire la condizione degli esseri umani che si rapportano con il mondo più avanzato della tecnologia, quello preordinato a sconfiggere il limite umano per eccellenza, quali soggetti vulnerabili[79]. Il compito del diritto diviene quello di apprestare una protezione, che possa essere definita come efficace, ai soggetti proprio per tutelare loro stessi dall’esposizione, sempre più massiccia, al mercato dell’evoluzione tecnologica[80]. In questo senso, la vulnerabilità deve essere riferita a tutte le persone fisiche: esse, dinnanzi alla sempre maggiore evoluzione del progresso tecnico-scientifico, da un lato, potrebbero nutrire un sentimento di paura, tipicamente umano, dall’altro lato potrebbero trovarsi in una situazione “pericolosa”. Il processo di formazione della loro volontà, precisamente, potrebbe non formarsi in modo genuino nel momento in cui ricevono sollecitazioni verso una deriva anti-umana poiché puramente orientata a incentivare agenti artificiale[81].
