Sommario: 1. Principi strategici delle politiche di Cybersecurity; 2. Modello Italiano-Francese-Tedesco a confronto; 3. Esperienza anglosassone in materia di Cybersecurity; 4. Cybersecurity nei paesi N.A.T.O e cooperazione N.A.T.O – U.E; 5. Problematiche connesse alla cyber sicurezza: Il caso Estonia 2007; 6. Considerazioni conclusive e prospettive future della cybersecurity.
1. Principi strategici delle politiche di Cybersecurity
Le origini della cybersecurity risalgono alla seconda metà del Novecento, con lo sviluppo dei primi sistemi informatici interconnessi. Già negli anni ’60, la crescente complessità delle reti e l’emergere di minacce informatiche rudimentali – come l’accesso non autorizzato ai terminali – iniziarono a porre il problema della protezione delle informazioni digitali. Tuttavia, è con la nascita di internet e la sua diffusione su scala globale tra gli anni ’80 e ’90 che la sicurezza cibernetica assume una rilevanza strategica.
Inizialmente trattata come un sottoinsieme delle politiche IT, la cybersecurity ha progressivamente acquisito una dimensione autonoma, intrecciandosi con tematiche di sicurezza nazionale, difesa, economia e protezione delle infrastrutture critiche.
Gli attacchi cibernetici di matrice criminale, terroristica o statale hanno contribuito ad accelerare la definizione di strategie normative e operative, ponendo le basi per le prime politiche nazionali e sovranazionali in materia.
Uno degli attacchi di maggiore rilevanza della cyber sicurezza è avvenuto nell’aprile del 2007 allorquando l’Estonia fu oggetto di una serie di attacchi informatici, di tipo DDoS. [1]
Questa serie di attacchi determinò una completa paralisi dell’intera infrastruttura informatica del paese.
Fu a partire da quel momento che il settore della cyber sicurezza è oggetto di particolare attenzione da parte di tutti i paesi del mondo.
Questi nuovi timori hanno determinato, sotto il profilo internazionale, da un lato la nascita di numerose opportunità di business e di mercato ma contestualmente dall’altro hanno attirato un numero sempre maggiore, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, di attacchi informatici.
Il principale di questi attacchi, sulla base di informazioni pubbliche acquisite, è stato l’attacco realizzato attraverso il malware “Stuxnet”, l’unico sino ad ora registrato, realmente capace di danneggiare soprattutto fisicamente, l’infrastruttura critica bersaglio sfruttando i sistemi informatici che la governano. [2]
Invero, alla luce dell’emergente scenario, non sorprende come a partire dal 2010, quando l’allora vicesegretario della Difesa americana William Lynn III definiva il cyber spazio come “quinto dominio”, la maggior parte dei paesi si sia immediatamente mosso al fine di realizzare una propria cultura strategica idonea ad affrontare le problematiche legate al cyber spazio.
Un passaggio che è possibile definire ‘’obbligatorio’’ per far fronte ad una minaccia che negli ultimi anni cresce a ritmi vertiginosi finendo per incidere profondamente sull’economia e sulla competitività di ciascuna nazione.
Sulla base del raffronto di una serie di documenti strategici in materia di cyber sicurezza è possibile estrapolare, in chiave di confronto, circa 13 pilastri strategici, comunemente ricorrenti, caratterizzanti le varie politiche di cyber sicurezza dei principali paesi euro e non. I pilastri de qui bus sono così sintetizzabili:
- Identificazione e classificazione delle infrastrutture critiche da proteggere;
- Definizione di trattati, leggi e regole di condotta nazionali e/o internazionali;
- Sviluppare rapporti diplomatici al fine di rafforzare le partnership internazionali;
- Concentrarsi sulla protezione dei diritti fondamentali, sulla privacy e sulle principali libertà fondamentali;
- Concentrarsi sul cyber crime;
- Considerare il cyber spazio come un vero e proprio dominio, insieme ai quattro già esistenti di cui si è parlato in precedenza;
- Realizzazione di apposite strutture politiche e decisionali al fine di far fronte alla crescente minaccia;
- Sviluppare una politica dell’informazione per finalità preventive;
- Incrementare i livelli di sicurezza, affidabilità e resilienza delle reti e dei sistemi;
- Realizzare e rafforzare sistemi di Information Sharing tra il pubblico e privato nell’ottica del potenziamento del c.d. “early warning”;
- Aumentare la consapevolezza pubblica della minaccia e l’importanza della cybersecurity;
- Incrementare il numero di figure specializzate al contrasto;
- Incentivare l’innovazione, lo sviluppo e la ricerca.
Elemento a carattere generale, che emerge da una prima analisi in chiave comparata delle cyber-strategies ad oggi pubblicate, concerne sicuramente il numero di paesi membri che si sono dotati di una strategia già formalizzata.
Questo dato è sicuramente rilevante, atteso che ci consente di riflettere sull’attenzione e sul valore attribuito alla sicurezza informatica e delle informazioni.
Volendo riflettere nello specifico la nostra attenzione ai paesi dell’eurozona, tra le cyber strategy di matrice europea emergono alcuni elementi in comune tra i quali: la Realizzazione di trattati, regole e leggi nazionali ad hoc; lo sviluppo dei rapporti diplomatici e di partnership internazionali; il rafforzamento e la condivisione dell’information sharing.
Paesi come la Francia, Finlandia, Germania e Paesi Bassi, risultano essere gli unici paesi europei ad aver provveduto nell’ottica di tale rafforzamento, considerando il cyber spazio come dominio di warfare. Tra questi paesi solo la Francia ed i Paesi Bassi hanno esplicitamente formalizzato questo settore come settore strategico, riconoscendo la necessità di creare una strategia di deterrenza, con finalità di prevenzione. [3]
Sotto il profilo internazionale individuiamo tra i tratti comuni alle 29 cyber-strategy ad oggi rese pubbliche esclusivamente i seguenti pilastri: Lo sviluppo di rapporti diplomatici; l’incremento dei livelli di sicurezza ed affidabilità delle reti e dei sistemi; lo sviluppo ed il rafforzamento di un efficace sistema di information sharing.
Appare di tutta evidenza notare come la strada volta alla creazione di un approccio globale sia ancora fortemente incardinato sulle attività diplomatiche e di partenariato; così come appare di tutta evidenza come sia aumentato e sia in constante aumento il numero degli Stati che hanno provveduto a prendere seriamente in considerazione il cyber spazio come vero e proprio dominio.
Si considerino paesi come gli Stati Uniti, la Russia, la Corea del Sud, il Giappone, l’Australia, la Norvegia, la Colombia. Tra questi, solo gli Stati Uniti e la Russia hanno considerato di realizzare una strategia fondata sulla deterrenza, atta a prevenire eventuali conflitti nel cyber spazio.
Di formante completamente opposto le impostazioni strategiche di paesi come Cina ed Israele, di matrice prettamente “offensiva”, di cui tuttavia i documenti strategici non sono ancora pubblici. Sotto il profilo internazionale è altresì possibile estrapolare alcuni elementi di base che costituiscono l’epicentro dei documenti strategici analizzati, essi sono: La creazione di leggi e regole di condotta nazionali ed internazionali; la realizzazione di rapporti diplomatici; focus sulla protezione dei diritti fondamentali e sulle libertà di espressione; focus sul cyber crime; incremento dei livelli di sicurezza, affidabilità e resilienza delle reti e dei sistemi informatici; rafforzamento dell’information sharing e delle figure professionali.
A partire dal 2009, da quando l’allora Presidente americano Barack Obama ha posto l’accento sulla minaccia legata al cyber spazio annoverandola tra gli elementi principali della sua agenda politica e dichiarando apertamente trattarsi di una delle sfide più serie per l’economia e la sicurezza nazionale, il governo degli Stati Uniti si è imposto anche in questo settore come attore principale ed indiscusso trascinatore del pensiero strategico internazionale. [4]
Seppur considerandosi che il primo Piano Nazionale per la sicurezza dei sistemi informatici americani risale al 2000 e la prima strategia nazionale ufficiale in materia risale al 2003, è solo a partire dalla metà del 2009 che la materia ha iniziato a riscuotere crescente interesse. Artefice di questo improvviso interessamento globale: la spinta del governo americano verso i temi di cyber sicurezza e del cyber warfare; i cospicui finanziamenti riservati a quei settori nonostante la forte recessione economica; l’enorme attenzione mediatica per altro sempre in crescita; l’aumento della divulgazione pubblica degli attacchi informatici andati a buon fine. [5]
Fondamentale notare come la rapida evoluzione del pensiero strategico americano in materia di cyber sicurezza ha determinato nell’ultimo decennio l’ammassarsi di numerosi principi strategici e direttive del governo, difficili da raccordare ma soprattutto di complessa implementazione. Ciò ha comportato, di fatto, la circostanza che il governo americano, per quanto rappresenti uno dei principali attori in questa lotta, non sia esente da criticità.
Tra le evidenziate criticità spiccano difficoltà per le agenzie federali di effettuare un adeguata e corretta valutazione dei rischi derivanti dal cyber spazio; la difficoltà da parte delle Agenzie deputate alla protezione delle infrastrutture critiche, di comprendere correttamente quali siano le norme ed i regolamenti in materia di cyber security da applicare al loro specifico settore; la persistente difficoltà di rilevare e mitigare gli attacchi informatici, in ragione della mancanza, in seno al Department of Homeland Security ( DHS ) di un efficace sistema di analisi predittiva delle minacce derivanti dal cyber spazio. [6]
Una soluzione a tutte queste problematiche potrebbe essere raggiunta con la predisposizione di un nuovo documento strategico nazionale con la finalità di sintetizzare ed armonizzare l’insieme di direttive e di strategie fino ad oggi prodotte, descrivendo in modo semplice, puntuale e completo l’attuale condizione dell’architettura strategica nazionale americana in materia.
Solo attraverso questi ulteriori accorgimenti il nuovo documento strategico nazionale americano potrà far fronte alle minacce derivanti dal cyber spazio in modo concreto ed efficace. [7]
È possibile affermare che i principi cardine estrapolabili dalle politiche di cyber security, tanto in ambito europeo tanto in ambito internazionale, pongono in evidenza un approccio comune delle principali questioni strategica in piena armonia con la globalità del fenomeno. È auspicabile che ciascuno stato interessato dell’eurozona e non fondi il proprio quadro strategico nazionale in coerenza con i principi sopra enucleati.
2. Modello Italiano-Francese-Tedesco a confronto
Bisogna ben tener presente che un paragone del nostro sistema di cybersecurity con l’impianto francese e quello Tedesco appare quasi ridicolo, considerato che la Francia e la Germania sono tra i principali partner in materia di cybersecurity nel continente europeo.
Entrambe le potenze richiamate possono contare già da diversi anni su una robusta struttura atta alla difesa dalle minacce provenienti dal cyber spazio.
Il cyberspazio e le relative questioni di cybersicurezza e di cyber strategy sono un elemento chiave nel mondo odierno, sia per il settore privato quanto per il settore pubblico. Nell’ultimo decennio hanno acquisito maggiore importanza, soprattutto con il perdurante crescere degli attacchi informatici condotti da gruppi o enti avversi al blocco Occidentale su tutta Russia e Cina.
Questi attacchi in numerose occasioni hanno determinato pesanti conseguenze, si pensi che nell’ultimo decennio si è arrivati ad una media di 106 attacchi ogni mese. In Italia si è assistito ad un aumento vertiginoso degli attacchi cyber verso aziende o enti. [8]
Dato da notare è come una buona parte di questi attacchi sfrutti quelle che sono le criticità dei sistemi di rete e delle infrastrutture critiche prese di mira. [9]
Per quanto concerne la prospettazione delle principali politiche di governance in materia di cybersecurity tra i principali attori del panorama europeo vi è quello francese. [10]
In Francia il contesto della cyber sicurezza vede i suoi primi sviluppi intorno al 2008, allorquando venne creata un’agenzia destinata alla sicurezza cibernetica, a seguito della presentazione del c.d. “Libro Bianco sulla difesa e la sicurezza nazionale del 2008” durante il periodo di presidenza di Sarkozy. [11]
Sulla base di tali scelte giace la necessità di identificare i rischi maggiori per le infrastrutture prese in considerazione nonché la necessità di dotarsi di una idonea capacità di rilevazione e contrasto di tali minacce.
Sulla base di tali prospettazioni nacque la c.d. “A.N.S.S.I. – Agence Nationale de la Securitè des Systemes d’Information” ovverosia un’autorità pubblica posta sotto il controllo diretto del governo francese ed in diretto raccordo con il Segretario Generale per la Difesa e sicurezza Nazionale alla quale vennero specificatamente riservate funzioni in materia di cybersecurity. [12]
L’Agenzia in questione è struttura in cinque differenti divisioni con l’aggiunta di un’unità di anticipazione (C.A.C.) ed ha quale finalità lo svolgimento di una serie di attività sia di tipo normativo sia di tipo operativo, a partire dalla emissione di norme e regolamenti con contestuale verifica della loro applicazione a terminare con operazioni di verifica e di monitoraggio dei meccanismi di allerta e rapid response.
Alla stessa agenzia viene devoluto l’importante compito di rilasciare certificati di sicurezza per i principali prodotti e fornitori di servizi ICT.
L’agenzia in questione, a partire dal 2013, ha visto accrescere la propria rilevanza vedendo aumentare poteri e prerogative soprattutto in relazione agli operatori considerati di vitale importanza, ovverosia coloro i quali che, in caso di attacco, se fossero messi totalmente o parzialmente fuori uso, comporterebbero un potenziale danno economico. Di non secondaria importanza anche l’implementazione dell’apposito CSIRT nazionale ad opera dell’A.N.S.S.I. con il fine di monitorare e difendere i sistemi francesi da attacchi informatici, nonché fornire servizi di training ed awareness.
Uno dei documenti indubbiamente di maggiore significato è rappresentato dalla “Strategia nazionale francese per la sicurezza digitale” annunciata nel 16 ottobre del 2015 dal primo ministro francese Valls e funzionalmente realizzata per supportare la transizione digitale della società francese. [13]
Indubbio che questo documento abbia rappresentato un primo segnale all’interno dell’eurozona che pone la Francia senza precedenti come leader nella promozione di una “road map” per l’autonomia strategica digitale.
La strategia de quo, secondo quanto stabilito in essa, è guidata dalla A.N.S.S.I. e rappresenta uno dei principali strumenti idonei ad approntare un adeguata risposta ai problemi legati all’era digitale; questo perché la transizione digitale sicuramente favorisce l’innovazione e la crescita ma al contempo comporta numerosi rischi per lo Stato, nonché per i principali attori coinvolti nel cyber spazio.
Fenomeni come lo spionaggio, la criminalità informatica, la propaganda etc. richiedono una risposta collettiva e coordinata sulla base di alcune priorità strategiche quali: la difesa e la tutela degli interessi e delle libertà fondamentali; maggiore fiducia digitale; maggiore sensibilizzazione ed informazione.
Facendo un passo indietro all’adozione del Libro Bianco, appare opportuno sottolineare come già in quel documento, rasentandosi la pericolosità dei rischi provenienti dal cyber spazio, si evidenziasse l’impatto che tali minacce avrebbero avuto sulla vita di un’intera nazione, atteso che l’odierna società appare fortemente e strettamente interdipendente ai processi IT in ragione del maggiore e sempre crescente uso di tali tecnologie.
È possibile affermare che con il ‘’Libro Bianco’’ del 2008 sia stato realizzato un invito rivolto allo stato francese a sviluppare capacità di prevenzione e risposta in relazione agli attacchi informatici, facendo di ciò una delle priorità della sicurezza nazionale. Nel campo della prevenzione viene auspicata altresì l’utilizzazione di prodotti e reti ad alta sicurezza, nonché la realizzazione di un vero e proprio bacino di competenze al servizio delle p.a. e degli operatori. e l’A.N.S.S.I. è stata realizzata in linea con questo libro Bianco.
Con decreto istitutivo dell’associazione de quo è stato istituito un vero e proprio comitato strategico per la sicurezza nazionale al fine di realizzare una vera e propria strategia. (che verrà poi ad essere realizzata nel 2015).
Parallelamente alla realizzazione dell’A.N.S.S.I. viene istituto anche un osservatorio di sicurezza informatica di zona, il c.d. “OzSSI”, per ogni area di difesa e sicurezza sul territorio nazionale. Lo scopo è quello di diffondere a livello nazionale una maggiore consapevolezza al fine di migliorare la sicurezza informatica. [14]
Doveroso specificare che, prima della realizzazione di una prima vera e propria strategia per la sicurezza informatica nazionale, nel 2013 è stato pubblicato un nuovo Libro Bianco al fine di evidenziare come in quegli anni gli attacchi informatici contro le reti ed i sistemi informativi di numerose imprese francesi del settore pubblico e privato fossero in aumento. Con la realizzazione di questo nuovo documento, a partire da quel momento, lo stato francese non si sarebbe più soltanto limitato a provvedere alle proprie esigenze di cybersecurity ma piuttosto anche quelle degli operatori di vitale importanza, il cui danneggiamento avrebbe avuto un forte impatto economico e militare sulla vita della Nazione.
Questo “potenziamento/aggiornamento” della sicurezza informatica francese ha stabilito che le reti ed i sistemi informativi più critici, riferiti a questi operatori, avrebbero dovuto: rispettare gli standard di sicurezza definiti dall’ANSSI, disporre di solidi meccanismi di rilevamento e prevenzione delle minacce; disporre di un adeguato meccanismo di segnalazione e reporting. [15]
Quanto prospettato in tale documento di aggiornamento del 2013 è stato poi recepito nella legge di programmazione militare, L.n.1168 del 2013 adottata il 19 dicembre. La legge de quo ha seguito e si è adattata agli orientamenti fissati dall’aggiornato Libro Bianco.
Questo meccanismo ha consentito agli operatori nazionali “vitali” dei settori pubblico e privato di proteggersi nel migliore dei modi ed ha stabilito, in capo all’A.N.S.S.I. ed altri enti dello stato, importanti funzioni di supporto nell’ottica di un rafforzamento della sicurezza interna, attribuendo infine nuove prerogative in materia in capo al Presidente del Consiglio dei ministri francese.
E’ opportuno evidenziare una rapida disamina delle politiche di governance in materia di cyber sicurezza del governo tedesco; in Germania già nel 1991 è stato fondato il B.S.I. (Bundesamt fur Sicherheit in der Informationstechnik) ovverosia l’ufficio federale per la sicurezza informatica. [16]
L’ufficio in questione nasce come autorità dedicata alla sicurezza informatica dei soli apparati federali. A differenza del modello francese il ruolo del B.S.I. ha assunto connotati di tipo prettamente operativo, in particolar modo con riferimento alla protezione delle reti e delle strutture informatiche nazionali tedesche, affidando al Consiglio per la cybersecurity (Cyber – Sicherheitstrat) l’importante compito di delineare un vero e proprio piano strategico del governo tedesco.
Il B.S.I., a seguito dell’aggiornamento della Direttiva Nis-1 di cui si è approfondito a dovere nel capitolo precedente, è stato incaricato della prevenzione di minacce alla sicurezza dei sistemi IT, del rilascio dei certificati di sicurezza nonché dello sviluppo dei relativi standard minimi.
Altro potenziamento che ha interessato l’ufficio in questione si è avuto nel 2015 con l’adozione dell’IT Security Act, unitamente ad una specifica regolamentazione riferita alle infrastrutture critiche. [17]
Con l’introduzione del security act 2.0, la cui adozione si è avuto nel maggio dell’anno corrente, il B.S.I. è stato dotato di ulteriori poteri, questa volta di tipo “pro attivi”, ai fini della individuazione dei rischi e delle vulnerabilità, connessi alle principali infrastrutture critiche, procedendo con la valutazione di elementi come la sicurezza dei sistemi informatici di infrastrutture, dei servizi digitali e del settore pubblico.
Volendo attualizzare il discorso appare opportuno sottolineare che la Germania il 14 giugno dell’anno corrente ha adottato la sua prima Strategia di sicurezza nazionale. Il primo documento di questo tipo fu adottato dal paese solo dopo la Seconda guerra mondiale.
Il documento è stato definito dagli esponenti del governo come un grande cambiamento ed ha quale obiettivo quello di integrare la pianificazione militare con altre questioni di sicurezza. L’idea posta alla base della strategia è quella di considerare anzitutto tutte le minacce interne ed esterne alla sicurezza della Germania. [18]
Il documento identifica tutta una serie di aree da intendersi come delle vere e proprie sfide “centrali” per la sicurezza del paese, quali: la difesa nazionale e dell’Alleanza atlantica; la protezione civile; protezione della tecnologia e delle infrastrutture critiche; sicurezza informatica e spaziale; sicurezza alimentare e prevenzione pandemica e climatica.
Ponendo l’attenzione sul documento in questione è possibile leggere che l’obiettivo del governo federale tedesco è quello di rafforzare la sicurezza lungo tre assi specifici: la capacità di difesa, di resilienza e di sostenibilità. [19]
Nel testo vengono citati il “Climate Adaptation Act” ed una versione rivisitata della “Strategia nazionale per la biodiversità”. La strategia in questo punto verte sull’impegno del governo tedesco nel recepimento di regolamenti vincolanti, in ossequio al diritto internazionale, al fine di affrontare le future pandemie o eventi catastrofici.
Uno dei punti più controversi della strategia in materia di cybersecurity concerne il c.d. “hack-back” ovverosia la pratica di condurre attacchi informatici infiltrandosi nei sistemi di rete degli aggressori, quindi in buona sostanza una vera e propria politica del contrattacco. Lo scopo del contrattacco è quello di eliminare i dati intercettati o disabilitare l’infrastruttura attraverso la quale il nemico sta agendo. [20]
Ad onore del vero la politica dell’hack-back era stata in primo momento escluso nell’accordo di colazione del 2021 per poi trovare successivo ingresso a seguito del suscitato interesse ad opera del ministro federale dell’interno Nancy Faeser. Occorre sottolineare che nella strategia manca completamente il riferimento ad una riforma strutturale dei processi decisionali, non si è riusciti, in altri termini, a realizzare un Consiglio di Sicurezza nazionale con finalità di coordinamento dell’azione governativa. [21]
E’ possibile in tal senso affermare che i nostri baricentri di riferimento in materia di cyber sicurezza stiano tendendo ad un rapido sviluppo ed evoluzione, il fatto che siano nati così tardi rispetto a quelli istituti dai partner francesi e tedeschi denota in assoluto la necessità di continuare ad investire in un contesto che sta assumendo con il passare degli anni un ruolo sempre più cruciale nello scacchiere internazionale il tutto nell’ottica della realizzazione di un sistema uniforme e coeso.
3. Esperienza anglosassone in materia di Cybersecurity
Per quel che concerne il Regno Unito appare opportuno sottolineare che l’apporto alla particolare questione della cyber sicurezza è molto simile rispetto a quello statunitense.
Il Regno Unito, ormai ex membro dell’Unione europea, diversamente che dagli altri paesi dell’eurozona e sotto l’impulso dei paesi nato, ha istituito il suo primo centro di sicurezza cibernetica a Londra nel 2009. Si è cercato di adottare un approccio piuttosto accentrato nella formulazione di strategie e di programmi soprattutto a seguito del lancio del National Cyber Security Programme. [22]
Nel 2013 il Regno Unito ha reso pubblico che per lo sviluppo di capacità da impiegare nel dominio cibernetico andava annoverata anche la capacità di attacco. Invero, le ultime operazioni offensive in tale contesto risalgono appena al 2007.
Sempre nell’anno 2013, con la finalità di coordinare le operazioni di cyber warfare, venne creato il Joint Forces Cyber Group composto da due unità cibernetiche, sotto la direzione congiunta del Ministero della Difesa e dal Government Communication Headqarter. [23]
Nel 2015 la Strategic Defence and Security Review ha sottolineato che la minaccia cibernetica rientra tra le principali minacce che il paese è chiamato ad affrontare in futuro e per la quale l’apparato governativo deve essere messo nelle condizioni di approntare una idonea e preventiva risposta. [24]
Nell’anno 2016 venne formulata la National Cyber Security Strategy incentrata su tre pilastri principali. Primo tra questi è l’obiettivo di assicurare la difesa e la resilienza dei networks britannici, nonché delle principali attività economiche, dei dati dei cittadini e delle pubbliche istituzioni. Altro obiettivo ha ad oggetto lo sviluppo di una vera e propria industria della sicurezza cibernetica di modo da assicurare lo sviluppo di sistemi di difesa all’avanguardia. Conclusivamente ritroviamo, tra gli obiettivi, la capacità di deterrenza di modo da rendere il Paese un difficile bersaglio di attacco.
Nell’alveo di tale ultimo obiettivo la strategia delinea il principio di Active Cyber Defence (a.c.d.) ovverosia la capacità di rafforzare il network ed il sistema di difesa, prospettandosi la possibilità di mettere in atto operazioni cyber offensive per finalità di mera deterrenza, talvolta anche in assenza di un vero e proprio attacco, anche se nel rispetto della legislazione nazionale e non in materia. [25]
Il documento getta poi le basi per la realizzazione di un National Cyber Security Centre (N.c.s.c.) quale organo centrale deputato alla sicurezza cibernetica a livello nazionale con ruolo primario sotto il profilo del coordinamento delle politiche di settore; in diretto contatto con i ministeri e le agenzie a cui è devoluta la realizzazione e l’attuazione dei programmi di sicurezza cibernetica.
L’organo in questione, sancisce il documento, è coordinato dal prima citato G.c.h.q. il quale, in possesso di informazioni di sicurezza riservate, dà la possibilità al centro di avere uno screening della situazione completo.
Il N.c.s.c. coordina anche le azioni del Cyber Security Operations Centre ovverosia un centro di difesa e risposta ad attacchi cibernetici rivolti alle infrastrutture ed ai sistemi del Ministero della Difesa. Con la strategia in questione sono stati stanziati ulteriori finanziamenti pari ad un ammontare di 1,9 miliardi di sterline, nel quinquennio 2016-2021, incrementandosi di un ulteriore 55% rispetto al finanziamento reso nel periodo precedente; alcuni di questi finanziamenti sono poi stati utilizzati per la realizzazione di ulteriori due centri per l’innovazione cyber da impiegarsi in procurement innovativo e “secure by design”. [26]
Si cerca, oltretutto, di stimolare lo sfruttamento delle conoscenze in ottica multipiano tra aziende, università ed istituzioni. La strategia, infine, sottolinea l’importanza di operare a livello internazionale nel contrasto agli attacchi promuovendo collaborazione anche attraverso framework collaborativi ad hoc. A tal proposito, insieme ad Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti, Londra fa parte del Five Eyes network che costituisce la più stretta partnership internazionale in materia di intelligence. [27]
La Gran Bretagna rappresenta, forse l’unico tra i paesi un tempo europei, più evoluti in materia in considerazione della forte influenza esercitata dai paesi U.S.A., ma soprattutto la prima nazione ad erogare importanti fondi in materia di cyber sicurezza, in ragione della prematura consapevolezza di quanto il dominio digitale fosse importante per la tutela della politica e dell’economia dell’intera nazione. [28]
Già a partire dagli anni 2000, dunque, il Regno unito predisponeva già di un adeguato sistema di controllo e di gestione del rischio da minaccia cibernetica, poi nel 2009 venne lanciata la prima vera e propria strategia nazionale di cybersecurity. Dalla strategia in questione è data evincersi la consapevolezza del Regno Unito in ordine alla necessità di predisporre importanti finanziamenti per obiettivi di cyber sicurezza. Viene maturata molto presto la consapevolezza che importanti finanziamenti avrebbero consentito di trarre vantaggio da sistemi di intelligence di alto livello e da altre elevate capacità di sicurezza.
Nel 2015 il governo britannico decide di trasformare questa strategia nazionale in una strategia nazionale quinquennale per la sicurezza informatica, arrivandosi ad un nuovo modo di pensare alla gestione degli incidenti informatici. La nuova strategia ha consentito la realizzazione dell’Active Cyber Defence ed ha posto le condizioni per un diverso partenariato con il settore privato ma ciò ha poi trovato una nuova sede nel National Cyber Security Center (N.C.S.C.) il quale è lo stesso centro nazionale a fornire, in caso di minacce, consigli e linee guida su come mitigare molti dei rischi previsti.
A partire dal 2016 in poi si sono registrati numerosi sviluppi e solo recentemente il governo britannico ha lanciato la sua strategia di sicurezza 2022-2030, la “Building a Cyber resilient public sector”, attraverso la quale si cerca di soffermare l’attenzione sul settore pubblico. Stando ad una serie di reports le organizzazioni governative sono prese principalmente di mira dagli incidenti informatici; pertanto, si è deciso di intervenire prevalentemente in quel settore nei prossimi anni.
Sono stati investiti, per il funzionamento di questa strategia, ulteriori 40 milioni di sterline. L’obiettivo prospettato è quello di realizzare una più efficiente resilienza informatica in tutte le organizzazioni governative del paese. [29]
4. Cyber-security nei paesi N.A.T.O. e cooperazione N.A.T.O – U.E.
Per comprendere l’approccio Nato alle dinamiche di cyber security e cyber defence appare opportuno sottolineare che l’approccio dell’Alleanza Atlantica verso la cyber defence si è evoluto significativamente solo negli ultimi anni con la consapevolezza crescente che un attacco cibernetico avesse il potenziale di causare danni imparagonabili alle strutture essenziali di un paese. Addirittura, riconoscendosi ciò, si è affermato che la cyber defence doveva diventare un caso di difesa collettiva di cui all’art.5 del Trattato di Washington. [30]
La Nato negli ultimi anni ha adottato politiche e piani d’azione istituendo comitati, agenzie e centri operativi con l’obiettivo di integrare il dominio cibernetico.
La strategia dello US Cyber Command si basa sulla persistenza delle operazioni, mantenendo l’iniziativa tramite una campagna articolata senza soluzione di continuità tra azioni difensive e offensive. Il Regno Unito ha adottato un approccio simile a quello americano e già dal 2013, come analizzato nel paragrafo precedente, ha reso pubblico che lo sviluppo di capacità da impiegare nel dominio cibernetico a livello nazionale includeva anche quelle offensive. [31]
Il vertice di Varsavia ha portato anche alla firma del primo Cyber Defence Pledge volto a istituire una piattaforma comune per migliorare le capacità nazionali di difesa e resilienza rispetto ad un attacco cibernetico. [32] Si tratta di un focus in linea con l’elevata importanza attribuita agli attacchi cibernetici, giudicati sempre più frequenti, complessi e distruttivi, al punto da poter attivare l’articolo 57, tanto che nel comunicato del vertice di Bruxelles del 2018 viene esplicitamente affermato che la difesa cibernetica è parte della difesa collettiva Nato.
Di fronte a questa situazione che ha visto anche il moltiplicarsi di attacchi cibernetici durante la prima ondata di Covid-19, a giugno 2020 il North Atlantic Council ha riaffermato che i Paesi membri sono: “determined to employ the full range of capabilities, including cyber, to deter, defend against and counter the full spectrum of cyber threats.” (determinati ad aumentare capacità di deterrenza e di difesa nonché dell’intero spettro di questioni relative al cyber spazio). [33]
Da notare come la Nato si dichiari pronta ad usare non solo capacità cyber ma anche aeree, marittime o terrestri, per rispondere ad un attacco cibernetico, considerando quindi tutti i domini operativi in modo integrato ai fini della deterrenza e difesa in linea con l’integrazione del Cyber Operation Centre nella struttura di comando Nato come deciso durante il vertice di Bruxelles.
Il vertice di Londra del 2019 ha dato nuovo slancio politico-strategico alle attività Nato nel campo cibernetico assieme a quello spaziale, nella consapevolezza della competizione geopolitica a tutto campo con Cina e Russia nel quadro di un “multipolarismo aggressivo”. Non a caso nel 2020 il rapporto del Gruppo di Riflessione sulla Nato in prospettiva 2030 ha attribuito grande importanza alle Emerging and Disruptive Technologies (Edt) intese sia come settore sul quale investire maggiormente sia come sfide, tra cui rientrano prioritariamente proprio quelle relative alla cyber defence, in primis l’Artificial Intelligence (Ai). [34]
Già nel 2016 la Nato ha riconosciuto il cyberspace come dominio operativo nel quale l’Alleanza deve essere in grado di operare altrettanto efficacemente che in quelli terrestre, marittimo ed aereo.
Gli alleati mantengono in ogni caso la leadership politico-militare anche nel campo cibernetico e le strutture Nato servono, in primo luogo, come sostegno al processo decisionale. A livello operativo, nel 2019 all’interno del Allied Command Operations (Aco) è stato creato un Cyberspace Operations Centre (Cyoc) responsabile delle operazioni cyber Nato, a supporto dei comandi operativi soprattutto nel monitorare il cyberspace e coordinare le operazioni in questo dominio con quelle in campo terrestre, navale o aereo. [35]
Il Cyoc potrebbe aprire la strada alla futura costituzione di un Comando Nato per le operazioni cibernetiche al pari dei comandi operanti nel domino aereo, marittimo e terrestre. [36]
A livello tecnico la Nato Communications and Information Agency (Ncia), istituita nel 2012, fornisce molte delle capacità necessarie alle strutture dell’Alleanza in termini di cyber defence. [37]
Infine, al di fuori del comando militare integrato alleato, il Cooperative Cyber Defence Center of Excellence (CCDCoE), inaugurato già nel 2008 in Estonia (a seguito dell’interruzione che ha destabilizzato un’intera nazione, di cui parleremo più approfonditamente nel paragrafo successivo), prepara studi e report su temi di interesse per la difesa cibernetica e ospita esercitazioni periodiche come il LockedShield dal 2010.
Il riconoscimento Nato del dominio operativo cibernetico sta influenzando anche lo sviluppo delle dottrine e capacità militari alleate, nonché l’addestramento del personale da parte del Paesi membri in modo da aumentare la difesa e resilienza su questo fronte.
Il Cyoc è l’attore chiave al riguardo mentre l’Act considera il dominio cibernetico nel quadro più ampio della trasformazione militare e dell’innovazione tecnologica in una prospettiva di medio-lungo periodo.
Gli stati, a loro volta, utilizzano la piattaforma del Cyber Defence Pledge per valutare autonomamente nel tempo i progressi sullo sviluppo delle capacità nazionali di difesa cibernetica anche attraverso il rapporto finale sull’attuazione degli impegni presi e per scambiarsi informazioni e buone prassi al riguardo.
Un ruolo importante è giocato ovviamente anche dal Nato Defence Planning Process (Ndpp), la procedura principale omnicomprensiva e di lungo periodo, con cui i Paesi membri concordano gli obiettivi nazionali di sviluppo delle rispettive forze armate in modo da contribuire anche agli impegni Nato di difesa collettiva e gestione delle crisi. [38]
Nel quadro del Ndpp, dal 2012 sono stati inseriti degli obiettivi di sviluppo di capacità di cyber defence, i cui progressi vengono valutati periodicamente.
Per le caratteristiche intrinseche del domino cibernetico ove l’innovazione tecnologica è guidata principalmente da aziende private che spesso non operano nel campo militare, la cooperazione tra la Nato e la controparte industriale, compresa quella civile a vario titolo coinvolta nella gestione delle infrastrutture critiche, è estremamente importante.[39]
Su questa base le istituzioni dell’Alleanza e dell’Unione hanno scambiato informazioni su strategie, politiche, standard e attività di addestramento relative alla difesa cibernetica, ed hanno partecipato alle rispettive esercitazioni – la suddetta Cyber Coalition Nato e la Cyber Europe dal lato UE.
Nel 2016 le due organizzazioni hanno firmato un documento, il “Technical Arrangement on Cyber Defence”, che governa lo scambio di informazioni non classificate a beneficio della capacità di entrambe di avere un quadro più completo della situazione e di proteggere i rispettivi network.
La cooperazione Nato-Ue sulla cyber defence è oggetto di incontri regolari durante i quali ci si aggiorna reciprocamente anche sulle rispettive attività settoriali; i progressi di tale partenariato sono stati riconosciuti nel 2019 dallo stesso Stoltenberg. Al di là della stretta cooperazione con l’Ue, la Nato è aperta a cooperare con l’Onu, l’Osce, e stati terzi che condividano lo stesso approccio alleato alla cyber defence.
5. Problematiche connesse alla cyber sicurezza, il caso Estonia 2007
Nel maggio del 2007 l’Estonia ha subito uno dei più importanti attacchi cibernetici della storia fin ora registrati. L’attacco in questione nel giro di poche ore ha compromesso numerosi servizi, sia di natura istituzionale che non, gettando nel panico un’intera nazione. [40]L’evento che ha dato il via a questo attacco digitale sarebbe in realtà alquanto inusuale, atteso che tutto è partito dalla decisione del governo estone di rimuovere la statua del Soldato di Bronzo nel centro di Tallinn, capitale del paese.
Il monumento era stato lì costruito dai sovietici per commemorare i loro caduti in guerra. Per i cittadini estoni la statua rappresentava il simbolo di un’occupazione opprimente. [41]
L’attacco cibernetico, che in definitiva non è stato possibile ricondurre con assoluta certezza al governo russo, ha causato il collasso dell’intero sistema bancario, di numerosi servizi governativi, di alcune società e del sistema mediatico, finendo con l’isolare completamente il paese dal resto del mondo. Sulla base di successivi reportage è stato possibile calcolare, in quegli anni, un traffico notturno in entrata in Estonia di circa 20.000 pacchetti di dati al secondo.
Nei momenti in cui si è consumato l’attacco la soglia appena richiamata è giunta fino ai 4 milioni di pacchetti al secondo. Per comprendere le dimensioni del fenomeno si immagini che, a livello globale quasi 1 milione di computer si è improvvisamente spostato su una serie di siti Estoni, da quello del Ministero degli Esteri alle principali banche del paese.
A questo punto appare spontaneo chiedersi come sia stato possibile realizzare un attacco di simile portata in così poco tempo. La risposta è piuttosto semplice: sulla base di una serie di report risulta che l’attacco in questione sarebbe strato strutturato su più fronti. [42]
La presenza di operatori più che esperti e l’utilizzo di vari software avrebbe permesso l’abbattimento di tutte le frontiere della nazione. Nel frattempo, si è sviluppato anche il c.d. “Manuale di Tallin” sul diritto internazionale applicabile alla guerra informatica.
Il manuale si è mosso nel senso di fornire un regolamento comune nel cyber spazio in ossequio ai principi del diritto internazionale.
L’esperienza estone ha avuto un notevole impatto nella corsa alla cyber security del paese. Nel 2008 venne istituto il Centro di Eccellenza per la difesa informatica cooperativa della NATO (CCDEOE) a Tallin. [43]
Il Centro è essenzialmente un “think tank” militare che opera per la creazione di soluzioni di difesa informatica attraverso un’analisi multinazionale e interdisciplinare di vari problemi informatici.
A partire dal 2018 il centro de quo è responsabile dell’identificazione e del coordinamento delle soluzioni di istruzione e formazione nella difesa informatica per tutti gli organismi della NATO in tutta l’Alleanza.
Oggi il CCDCOE comprende 25 Stati e altri sono in attesa di aderire, inclusi i Paesi partner della NATO Giappone e Australia. Il Centro è noto soprattutto per aver elaborato il Manuale di Tallinn, cui si è accennato poc’anzi.
Seppur non vincolante, è il più autorevole e completo del suo genere ed è continuamente sviluppato dal CCDCOE con il contributo di quasi 50 Stati.
Il caso dell’Estonia ha sicuramente dimostrato come nel XXI secolo i confini geografici non sono più da considerarsi un limite per gli Stati geograficamente più “piccoli” e ha evidenziato come il dominio del cyber space, seppur con le sue insidie portate a galla dall’attacco del 2007, con una volontà politica a lungo raggio, possa creare occasioni e opportunità di crescita al fine di ottenere uno status di “potenza” digitale.
6. Considerazioni conclusive e prospettive future della cyber-security.
Da tale disamina si è avuto modo di notare come, negli ultimi decenni, i casi di attacchi cyber sono aumentati considerevolmente al punto da rappresentare una vera e propria minaccia per la difesa di ciascuno stato.
Al fine di contenere e talvolta prevenire questi attacchi, a livello internazionale sono state portate avanti numerose iniziative volte talvolta ad una regolamentazione delle azioni lecite che possono essere effettuate nello spazio cibernetico. [44]
Tra le questioni più problematiche vi rientra sicuramente quella della difficoltà in ordine alla identificazione degli autori degli attacchi di volta in volta realizzati; talvolta, in secondo luogo, la veloce innovazione tecnologica che ha interessato il settore impone l’utilizzo di importanti e costanti investimenti nelle tecnologie dedicate al contrasto implicando pertanto l’utilizzo di personale qualificato. [45]
La necessità di dotare l’Alleanza atlantica di equipaggiamenti all’avanguardia tecnologica ha portato, già nel 2014, alla costituzione di specifiche partnership con le industrie del settore cibernetico. La cooperazione Nato-Ue ha inserito già nel 2016 la dimensione cyber tra le aree prioritarie in cui collaborare.
L’analisi così prospettata, tra le politiche di governance in materia di cyber security, ha condotto alla individuazione di differenti approcci verso la difesa cibernetica e ci dimostra quanto ci sia ancora da “lavorare” nella realizzazione di regole e procedure uniformi e condivise.
Una prima importante differenza concerne proprio il tipo di politica adottato da questi paesi. E‘ possibile affermare che vi è una sostanziale divisione tra paesi che prevedono la possibilità di effettuare solo azioni di prevenzione o difesa, da altri che invece mirano a sviluppare la capacità di portare a termine operazioni offensive, anche in assenza di una vera e propria minaccia cibernetica.
Tra i paesi ove è possibile riscontrare una politica della deterrenza vi rientra sicuramente la Germania che intende la deterrenza cibernetica come la capacità di uno stato di rispondere adeguatamente e tempestivamente ad un attacco cyber realizzando il c.d. “hack-back”.
È fondamentale sottolineare come, per la stessa Germania ed altri paesi che utilizzino questo tipo di politica, una governance di questo tipo mal si adatti alla necessaria velocità di reazione per limitare o evitare che si realizzino i danni di un attacco cibernetico.
Appare ovvio pensare che in un sistema come la Germania, ove si richiede in alcuni casi la preventiva approvazione parlamentare, ciò potrebbe causa l’incapacità dello Stato di proteggere i suoi interessi primari proprio in ragione della considerazione che servono azioni rapide e mirate.
Paesi come Inghilterra e la Francia, invece, sono tendenzialmente portati all’utilizzo di una politica diversa, appunto di matrice offensiva. [46]
Per quanto i paesi, anche all’interno della stessa Euro-zona, presentino tali sostanziali differenze, è possibile ugualmente procedere alla seguente schematizzazione delle esigenze condivise: la necessità di avere un quadro regolamentare a livello NATO ed internazionale; una migliore integrazione della componente cyber nelle strutture nazionali; una collaborazione meglio strutturata e più strategica con le imprese e con il mondo della ricerca; un maggior numero di investimenti nell’aggiornamento delle capacità legate al mondo cyber; un rafforzamento della formazione specialistica del personale volto alla protezione della minaccia cyber; ed una maggiore sensibilizzazione degli operatori all’interno delle strutture critiche essenziali ma più in genere della popolazione, nell’utilizzo del cyber spazio.
Per quanto il 2023 e gli anni a venire serbano qualcosa che nessuno è in grado di prevedere, c’è da aspettarsi che le principali organizzazioni governative tenderanno alla realizzazione di migliori strategie di controllo di cloud; le identità e gli end-point saranno molto più al sicuro. Con il termine della pandemia, dalla durata di ben due anni, ci si prospettava un graduale ritorno alla normalità che di fatto non si è avuto a causa di tutte le conseguenze che il conflitto russo-ucraino ha portato con sé.
Nell’ambito della cyber sicurezza il recente conflitto ha determinato l’inizio della guerra cibernetica.
Si è già avuto modo di apprendere negli scorsi anni come le minacce più gravi e sofisticate sono state spesso realizzate da piccoli gruppi criminali, quindi tendenzialmente attacchi semplici seppure di grande impatto.
Gruppi sempre più numerosi di giovani hacker, rappresentanti della c.d. “criminalità disorganizzata”, hanno creato numerosi danni riuscendo ad introdursi in decine di aziende ben strutturate e riconosciute sfruttando la rete di contatti aziendali.
Appare evidente come nel 2023 l’autenticazione a più fattori, la presenza di sessioni in rete di breve durata ed i privilegi di alcuni “account” fortemente ridimensionati devono assurgere a diventare la base dello standard della sicurezza aziendale.
Al pari si ritiene altresì che l’attività di monitoraggio debba svilupparsi nel senso di divenire più dettagliata, abbandonandosi l’idea di realizzare gruppi isolati cui vengono devolute tali funzioni.
Nel 2023 il mercato della cyber sicurezza deve sapersi adattare più che mai al modello di utilizzo dei prodotti di cyber security. Acquistare più prodotti dallo stesso “vendor” non appare più una soluzione prospettabile. Il futuro sembra prevedere un numero sempre maggiore di collaborazioni tra rivenditori, assicurandosi di convesso un maggior valore ed una maggiore affidabilità dei prodotti relativi allo stack della sicurezza. Altro aspetto da non sottovalutare concerne proprio il trattamento dei dati personali. [47]
Appare indiscutibile l’importanza dei dati, così come appare di tutta evidenza che tra normative varie, un aumento del richiesto livello di competenza degli analisti, un aumento degli attacchi informatici, questi dati siano sottoposti a rischi sempre maggiori; pertanto, si auspica la realizzazione di un sistema di “data retention” più semplice e funzionale. [48]
L’anno appena trascorso ci ha insegnato che nemmeno le più grandi organizzazioni (Microsoft, Samsung, Uber, etc.) sono immuni dagli attacchi cyber ed appare, a tal proposito, inverosimile ritenere che possa trattarsi semplicemente di giovani hacker riunitisi sulla rete.
Si ritiene piuttosto possa trattarsi di organizzazioni criminali informatiche sponsorizzate da specifici Stati o Nazioni; pertanto, l’approccio del c.d. “Zero Trust” si configura quale approccio migliore da adottarsi per gli anni a venire. [49]
Conclusivamente, alla luce di tale disamina è possibile auspicarsi che, in ragione della eccesiva imprevedibilità della minaccia cibernetica, i principali attori nazionali coinvolti si adoperino nel migliore dei modi al fine di garantire un’adeguata risposta a ciò che il futuro del cyber spazio ha in serbo; ed è proprio in tale ottica che il legislatore europeo sembra essersi mosso negli ultimi anni, attraverso la predisposizione di strumenti nel suo scacchiere, quali ad esempio la Direttiva NIS, la Direttiva nis-2 ed il Regolamento D.O.R.A., che sortiranno i primi effetti da qui a qualche anno.
