Almeno tra i popoli più antichi si riteneva che le leggi fossero state imposte dalle divinità[1]. Ma perché l’uomo le rispettava? Considerata quella che ne era la genesi, il motivo per cui le si rispettava era senz'altro da ricercare nel timore delle conseguenze (divine) in cui sarebbe potuto incorrere colui che avesse osato infrangerle[2].
Anticamente, infatti, le leggi erano espressione della volontà divina[3] ed in quanto consegnate all’uomo direttamente da Dio queste dovevano essere necessariamente rispettate, a prescindere dal fatto che le si trovasse giuste o ingiuste, altrimenti si sarebbe stati soggetti alla punizione divina, alla quale era impossibile sottrarsi, atteso che le divinità erano onniscienti e che quindi non potevano essere ingannate né si poteva sfuggire alle loro decisione.
Oggi, tuttavia, si è consapevoli che le leggi non sono frutto di una volontà divina a noi sovraordinata ma figlie dell’opera dell’uomo. Perché, quindi, ciascuno di noi – specie ove convinto che queste siano ingiuste o, più banalmente, ove trovi più convenienza nell’infrangerle – dovrebbe rispettarle? Se poteva andare bene che un uomo obbedisse a Dio, perché, invece, un uomo dovrebbe obbedire ad un altro uomo?
Il mancato rispetto delle leggi è oggi cosa che possiamo sperimentare giornalmente: dal più piccolo sgarro, che potrebbe anche sembrarci irrilevante, come attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali anche se queste sono a pochi passi da noi[4], a quello più grave, quale togliere la vita ad un’altra persona. E, se pensiamo attentamente, probabilmente nessuno di noi può dire di non averle mai infrante. Ma perché ciò avviene? Perché, insomma, non si rispetta la legge? O meglio, per tornare al tema oggetto del presente lavoro: perché, in fondo, ciascuno di noi dovrebbe rispettarle? Non sono forse uomini come noi, e quindi nostri pari, coloro che le hanno fatte?
Una risposta potrebbe senz’altro essere che le dobbiamo rispettare perché, nonostante siamo consapevoli che queste – o, almeno, quelle più recenti, che sappiamo per certo essere opera degli uomini – non ci sono state impartite da un’entità divina, abbiamo comunque paura delle possibili conseguenze del loro mancato rispetto. Per quanto sia difficile che chi viola la legge subisca una punizione divina, è comunque assai plausibile che chi non la rispetta venga sanzionato in altro modo dall’Autorità (si pensi, banalmente, alla sanzione amministrativa conseguente ad un parcheggio effettuato dove vige un divieto di sosta o, più seriamente, alla privazione della libertà derivante dall’esecuzione della pena inflitta a seguito della commissione di un reato).
Anche se così fosse, tuttavia, non si deve dimenticare che perché a chi viola la legge sia inflitta una sanzione, qualunque essa sia, è necessario che qualcun altro, a ciò autorizzato, si adoperi per infliggerla. E questi, molto probabilmente, sarà a ciò tenuto senza che esista a suo carico alcuna sanzione se non lo fa[5], per cui il fatto ch’egli decida di rispettare la legge e adempiere al dovere a cui è chiamato sarà senz’altro frutto di una libera adesione ch’egli avrà prestato alla predetta.
Potremmo dunque pensare che forse il rispetto delle leggi da parte di ciascuno di noi sia frutto di un ragionamento opportunistico: si rispettano le leggi perché da esse traiamo un vantaggio e perché attraverso loro possiamo vivere in una società nella quale sappiamo che gli altri rispetteranno i nostri diritti e nella quale potremo realizzare i nostri bisogni[6]. Epperò anche questa visione non pare completamente soddisfacente, in quanto, così argomentando[7], ogniqualvolta capissimo che il mancato rispetto della legge comporta per noi maggiori vantaggi del rispettarla saremmo portati a violarla, dimostrando un approccio fortemente egoistico e soprattutto imprevedibile nel risultato ultimo, in quanto chiunque creda di poter tratte più utilità dal mancato rispetto della legge non si tratterrebbe dall’infrangerla.
Probabilmente la risposta più condivisibile sul perché le leggi vadano rispettate è quella che Socrate immaginava che le stesse gli avrebbero dato s’egli avesse accettato l’invito dei suoi discepoli a fuggire dalla cella nella quale era stato rinchiuso in vista dell’esecuzione della sentenza dell’Areopago che lo aveva condannato a morte. Secondo il filoso greco – recte, secondo quanto Platone immagina che lo stesso avrebbe potuto pensare – le leggi gli chiederebbero ubbidienza non certo in nome della paura o dell’interesse ma di un motivo molto più nobile: la riconoscenza[8]. In particolare le leggi andrebbero rispettate perché grazie ad esse ciascuno di noi è potuto nascere, crescere, ottenere un’educazione, procurarsi ciò di cui aveva bisogno; alle leggi ciascuno di noi può liberamente aderire o, ove ritenga di non condividerle, andare a vivere altrove, in un luogo in cui esse non vigono o – seppure ciò non viene detto da Platone nell’opera in commento – adoperarsi in politica per far sì di cambiarle[9], ma giammai sarà autorizzato a violarle, commettendo, in caso contrario, una palese ingiustizia. Se però nulla di ciò è stato ha fatto, allora è fondato ritenere che l’interessato abbia tacitamente accettato le leggi in quanto tali e che quindi debba rispettarle, dimostrando ad esse un’intima adesione, in quanto da lui, se non scelte, quanto meno condivise.
Secondo qualcuno[10], però – seppur, ovviamente, non in un’epoca in cui la legge era stata voluta da una divinità ma soli ai nostri giorni, in cui è l’uomo a fare le leggi –, la riconoscenza e l’intima adesione alle leggi presuppone che queste siano giuste e che siano state in grado di promuovere l’eguaglianza e la pacifica convivenza. Se così non fosse le leggi non potrebbero “pretendere” una simile riverenza, in quanto esse per prime sono state artefici di ingiustizie. Ma come si fa ad assicurarsi che le leggi siano giuste?
Sotto un profilo di tecnica legislativa una voce molto autorevole[11] ha individuato le caratteristiche che una norma giuridica deve avere ed ha consigliato cosa “non fare” a chiunque si accinga a fare diritto. L’interrogativo che rimane è però quando una legge sia giusta in senso astratto, i.e. sulla base di un giudizio di valore.
Mi sento sul punto di condividere l’opinione di chi[12], distinguendo tra “giusto legale” e “giusto morale”, dice che una pratica giuridica – cioè le azioni poste in essere onde consentire la pacifica convivenza – è giusta non tanto quando è conforme alle norme giuridiche ma quando è conforme alla morale[13]; di conseguenza la norma giuridica, che detta le regole da seguire, sarà giusta quando imponga dei comportamenti conformi alla morale, come già ebbe modo di insegnare addirittura Sofocle nella sua “Antigone”[14].
Ecco, quindi, che quando una legge rende obbligatori dei comportamenti in linea con i valori supremi di una certa società può dirsi ch’essa è una legge giusta e che, come tale, merita di essere rispettata a prescindere dal fatto che dalla sua violazione derivino conseguenze più o meno gravi. E il rispetto che si deve ad una legge giusta deve esserle riconosciuto da parte di tutti, soprattutto e prioritariamente da chi, tra di noi, è stato chiamato a gestire la res publica e quindi a “guidare” gli altri, onde evitare che, sulla scia del cattivo esempio, anche questi altri finiscano col non portare alla legge la riverenza che le è dovuta[15].
