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Pubbl. Mer, 24 Feb 2021
Sottoposto a PEER REVIEW

Adozioni e social network: nella ricerca delle origini possibili pericoli per la famiglia adottiva

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Edoardo Scianò



La diffusione capillare di Internet e dei social network ha portato ad emersione una drammatica problematica. In numeri sempre più allarmanti, i ragazzi adottati ricercano le proprie origini biologiche sui social network, che non offrono alcuna funzione di filtro delle informazioni. In primo luogo, emerge la difficoltà di tutelare questi contatti non mediati, sia in capo alle famiglia adottive, sia ai servizi che si occupano di adozione, che non sempre riescono ad intervenire tempestivamente. Tra le possibili soluzioni, si prospetta, innanzitutto, un approccio aperto alla ricerca delle proprie origini da parte delle famiglie adottive, insieme ad una maggiore educazione, per tutti gli attori coinvolti, all´utilizzo di questi strumenti, conoscendone rischi e pericoli.


Abstract ENG
The pervasive use of the Internet and the social networks has brought a dramatic issue to the surface. In increasingly alarming numbers, adopted children are searching for their biological origins on social networks, which offer no information filtering function. In the first, the difficulty of protecting these unmediated contacts emerges, both for the adoptive family and for the adoption services, which are not always able to act promptly. Possibile solutions include, first and foremost, an open approach to the search for one´s origins by adoptive families, together with greater education for all those involved in the use of these tools, knowing the risks and dangers.

Sommario: 1. Introduzione; 2. Social Media: i problemi legati all’identità virtuale; 3. La ricerca delle proprie origini: differenze tra ricerca ufficiale e ricerca tramite social network; 3.1. Regno Unito: la ricerca delle origini tramite social network, tra dubbi ed eccessive libertà; 4. Il fenomeno di Facebook: rischi e perplessità; 5. Conclusioni e prospettive di cambiamento.

1. Introduzione

Negli ultimi anni, con l’avvento di internet e la diffusione capillare dei social network, sono aumentati considerevolmente i cd. contatti non mediati tra minore adottato e famiglia biologica.
Solitamente sono i minori a dare inizio al contatto, ma non mancano casi nei quali i genitori biologici hanno interesse a rintracciare il figlio precedentemente abbandonato o mai conosciuto, oppure sia la famiglia adottiva ad avere interesse ad ottenere maggiori informazioni sui genitori biologici del proprio figlio1.
L’elemento, che caratterizza questa dinamica così complessa ed articolata, riguarda proprio le modalità attraverso le quali avvengono questi contatti in rete.
Tuttavia, la pericolosità della vicenda è ascrivibile, esclusivamente, al modello di open adoption (adozione aperta), che fa sorgere, inevitabilmente, questo genere di problematiche, che, ad esempio, non si riscontrano nel nostro ordinamento giuridico. 
Di conseguenza, risulta fondamentale una necessaria funzione di filtro in questi rapporti, che i social network non sono in grado di offrire, per evitare incontri indesiderati o pericolosi per entrambe le parti2.
Perciò, mancando questa funzione, l’approccio ideale che la famiglia adottiva dovrebbe assumere è quello diretto all’openess: si consiglia un’apertura mentale più ampia possibile circa questi contatti, così da fare sentire l’adottato a suo agio.
Di contro, andrà evitato un approccio chiuso e improntato su segreti e bugie.
Chiaramente non è una regola assoluta valida in ogni caso, quindi non garantisce che il minore non andrà incontro a pericoli se i genitori adottivi assumeranno un atteggiamento aperto nei suoi confronti. Sicuramente risulta essere l’approccio “migliore" per evitare problemi in futuro, o per poterli affrontare efficacemente quando si presenteranno.
Inoltre, non bisogna dimenticare che il desiderio di conoscere le proprie origini è inevitabile, ed è insito nel minore adottato, qualunque sia l’approccio che la famiglia adottiva decida di assumere3.
Tra le principali problematiche, determinate da questi contatti non mediati, non si può non riscontrare il fatto che i social network consentono di surclassare persino il ruolo istituzionale svolto dai servizi sociali che si occupano di adozioni. 
Di conseguenza, politiche e prassi dovranno evolversi affinché l’istituto dell’adozione possa continuare ad offrire i propri benefici ai minori, che necessitano di assistenza, evitando che la stessa possa essere messa in crisi da questo fenomeno4.
Non solo, ma la prospettiva di un contatto non mediato pone a rischio la sicurezza e la privacy di tutti gli attori coinvolti nell’adozione: il minore adottato, la famiglia biologica e quella adottiva.
Oltre a questo, si riscontrano delle notevoli differenze operative tra i due canali di ricerca delle proprie origini: quello rappresentato da internet e dai social network, da un lato, e, dall’altro, quello ufficiale.
Inoltre, in presenza di contatti non mediati, si rileva la difficoltà di intervento da parte dei professionisti dell’adozione. Questi non hanno modo di esperire azioni mirate per gestire la privacy dei soggetti coinvolti, in primis i minori, e possono intervenire, ma solo se si sono già verificati dei contatti problematici, e non prima, e solo se i diretti interessati richiedono un loro intervento specifico.
A questo riguardo rileva, per importanza e particolarità, la legislazione inglese, che risulta fornire alcuni strumenti di aiuto, lasciando, però, nella maggiore parte dei casi, al minore maggiore di sedici anni una notevole discrezionalità nella ricerca delle proprie origini.
A questo riguardo, le stesse forze dell’ordine godono di poteri limitati.
In generale, si riscontra la necessità che tutti gli attori coinvolti in questo fenomeno abbiano maggiori competenze sui social network e sul loro funzionamento, unita ad una maggiore consapevolezza dell’impatto di queste tecnologie sulla loro privacy, personale e familiare.
Perciò, una risposta adeguata a queste problematiche potrebbe essere quella di incrementare i contatti e le relazioni all’interno del cd. triangolo adottivo, tra sevizi sociali, agenzie di adozione e famiglia biologica e adottiva.

2. Social Media: i problemi legati all’identità virtuale 

Come affermato in più occasioni dalla letteratura in materia, l’esperienza adottiva determina sempre nel minore il confronto “obbligato” con il proprio passato, e spesso anche con eventi traumatici (ad es. modalità di attaccamento inadeguate, ambivalenti, e a volte addirittura abusanti).
Inoltre, l’inserimento del minore adottato in una nuova famiglia, pur ripristinando un sistema adeguato di relazioni affettive ed emotive, non risulta sufficiente, da solo, a restaurare una serie di relazioni disfunzionali, di cui egli risulta avere estremo bisogno.
Infatti, l’adottato ha l’esigenza imprescindibile di riflettere e conoscere il proprio vissuto pre-adottivo: frammentare la propria storia e non attribuirvi un significato rischia di alterare la possibilità di costruire una visione futura della propria esistenza.
Tuttavia, sono previsti alcuni limiti entro i quali la persona adottata può realizzare questo percorso di conoscenza e consapevolezza di sé, attraverso la tecnologia offerta da internet e dai social media.
La rete, infatti, ha ormai modificato irreversibilmente la modalità di costruire legami, favorendo la costruzioni di relazioni tra persone distanti piuttosto che vicine.
Questi rapporti si collocano, necessariamente, nella dimensione virtuale e apatica propria dei social network, nella quale la loro importanza e il loro significato assumono un valore diverso, dando vita ad una tipologia particolare di relazioni, incentrate non sull’intimità, ma sulla cd. “estimità”.
Si tratta, secondo la definizione fornita dallo psicoanalista S. Tisseron, della cd. “esteriorizzazione della propria intimità”, cioè si realizza un processo in cui ognuno dà forma agli aspetti più fragili della propria personalità, con il bisogno di ricevere dall’altro virtuale una chiara accettazione di questi elementi.
Quindi, l’estimità rappresenta una nuova modalità di rappresentazione di sé che, utilizzando il filtro delle nuove tecnologie, consente - in un periodo in cui confini e certezze appaiono più labili e indefiniti - di rappresentarsi per come si è, attribuendo così una dignità alle parti fragili del proprio sé.
Tuttavia, la dimensione virtuale consente di attenuare l’impatto di ciò che rappresentiamo, annullando tutti i nostri squilibri, a favore di una relazione limitata esclusivamente ad aspetti ritenuti positivi. Questa stessa relazione potrà concludersi e riaprisi con un semplice “click” del computer.
Questa dimensione conduce alla costruzione di una propria narrazione di sé esterna e atipica: il soggetto tende a rappresentarsi in uno scenario eccessivamente patinato, dove le difficoltà e i nodi problematici della propria vita scompaiono, rimanendo chiusi e distanti dal proprio interlocutore.
Questi meccanismi si verificano, spesso, quando i minori adottati ricercano la propria famiglia biologica attraverso Facebook: queste ricerche non si limitano ad una mera dimensione virtuale, ma generano sempre più frequentemente una serie di incontri o delle vere e proprie fughe del minore dalla famiglia adottiva, destabilizzando l’iter adottivo nel suo complesso5.
Questa dinamica, alquanto pervasiva, si collega ad un’elevata competenza tecnologica del minore, non sempre adeguatamente affiancata da competenze affettive ed emotive altrettanto stabili e maturate.
Questo determina, di conseguenza, un forte senso di disorientamento e confusione negli adolescenti adottati, che tendono a svolgere queste ricerca senza informarne la famiglia adottiva. Di solito quest’ultima non ne è a conoscenza, se non una volta che il contatto e il successivo incontro siano già avvenuti.
Nonostante questo, potremmo ritenere che gli adolescenti adottivi ricorrano ad un utilizzo positivo di internet e dei social network, che consentirebbero loro di  costruire esperienze psico-relazionali tramite le quali elaborare, positivamente, il tema delle origini e risolvere i loro dubbi identitari.
Non è così, in quanto senza uno strumento di filtro delle informazioni, gli stessi adottati sono destinati ad andare incontro ad una vasta gamma di rischi e  pericoli, spesso senza averne consapevolezza.
Inoltre, dalle cd net-experiences, è emersa una notevole propensione all’esposizione info-mediatica: la maggiore parte degli adolescenti dichiara di pubblicare online, senza controllo genitoriale, dati sensibili rilevanti (foto, video, e altre informazioni sulla propria vita familiare e relazionale).
Si evidenzia, quindi, una significativa assenza di un controllo e una presenza consapevoli ed attenti da parte dei genitori (cd. parental monitoring), riguardo alle esperienze e competenze digitali dei propri figli.
In generale, si osserva che all’interno dei sistemi familiari contemporanei, non solo adottivi, si riscontra una certa problematicità nell’utilizzo delle tecnologie info-mediatiche: genitori e figli tendono, frequentemente, a ricercare nella rete un’immediata gratificazione in tempo reale.
In particolare, per quanto riguarda le adozioni internazionali, i genitori non considerano che le proprie precedenti esperienze digitali potrebbero essere facilmente intercettate dai figli adolescenti, spinti da un’urgenza conoscitiva delle proprie origini.
Infatti, i genitori adottivi e anche quelli biologici sembrano spesso ignorare che i cd. networked publics, ovvero gli spazi pubblici virtuali, sono sottoposti ad una serie di caratteristiche inevitabili: la persistenza (i materiali pubblicati online permangono per un arco di tempo indefinito), la ricercabilità (i contenuti online sono facilmente rintracciabili), la replicabilità (le informazioni online possono essere facilmente trasferite, replicate, e ricondivise), e infine, non per importanza, l’invisibilità del pubblico (in molti spazi digitali non è possibile individuare gli utenti in entrata, e a quanti di questi ci stiamo rivolgendo).
Quindi questo genere di contenuti, proprio per le caratteristiche sopra elencate, risulta facilmente accessibile ai minori.
Un simile scenario è potenzialmente in grado di intaccare gli equilibri evolutivi degli adolescenti, che - non essendo sostenuti da modelli educativi e da contesti relazionali adeguati - sono sempre più confusi e spinti verso esperienze conoscitive dannose.
Quindi, emerge un dato fondamentale: la necessità e l’urgenza di ideare delle strategie concrete che affianchino e sostengano gli aspiranti genitori e le famiglie nella scelta adottiva, le cui criticità si acuiscono nell’era digitale che stiamo vivendo6.

3. La ricerca delle proprie origini: differenze tra ricerca ufficiale e ricerca tramite social network

E’ innegabile rilevare che, dato il particolare interesse del ragazzo adottato a ricercare le proprie origini, gli strumenti che trova a sua disposizione sono spesso facilmente accessibili, ma non per questo sicuri e non pericolosi.
Se pensiamo alle principali differenze tra una ricerca delle proprie origini, affidandosi ai social network e ad internet in generale, ed una ricerca, invece, affidata a canali ufficiali, possiamo delineare chiaramente le dimensioni di questo fenomeno.
In primo luogo rileva l’età minima alla quale poter svolgere una simile ricerca.
Per quanto riguarda i canali ufficiali, l’età varia a seconda del diverso paese di residenza del minore, ed oscilla tra i sedici e i venticinque anni.
Invece, nei social network, una volta compiuti i tredici anni, è consentito iscriversi, addirittura prima se si fornisce una data di nascita falsa.
In secondo luogo, un altro fondamentale elemento nella ricerca riguarda i tempi e i costi della stessa.
Nel caso di una ricerca che segua i canali ufficiali, vi sono costi e tempistiche lunghi, rapportabili in mesi, inclusa la possibilità di dovere viaggiare fino al proprio paese di origine, e conoscere così la propria famiglia biologica, se è ancora viva.
Invece, per chi sia iscritto ad un qualsiasi social network sono sufficienti pochi istanti per trovare la persona che si sta cercando, a condizione che quest’ultima sia iscritta e accetti la nostra richiesta di amicizia, o abbia un profilo pubblico. L’intera operazione non prevede alcun costo economico7.
In realtà, l’adottato si trova a dovere pagare un prezzo altissimo: la sicurezza e la privacy propria e della propria famiglia adottiva, così come tutti i dati che lo stesso avrà già diffuso su Facebook, spesso senza rendersene conto.
In terzo luogo, chi sono i soggetti tramite i quali si interfacciano questi canali di ricerca di informazioni?
I canali ufficiali interloquiscono, esclusivamente, con i genitori adottivi, ai quali vengono fornite informazioni, variabili per accuratezza e rilevanza a seconda del paese di origine, spesso datate e “ufficiali”. Si tratta di dati e informazioni provenienti da fonti certe ed autorevoli, quindi attendibili in quanto filtrati e verificati.
Invece, nel caso dei social network, ogni persona di cui si sappia il nome e qualche altro dato, purché sia iscritta in rete, risulta accessibile a chi svolge la ricerca, ovvero a chiunque. Allo stesso tempo, i social network non offrono alcuna garanzia di veridicità delle informazioni che veicolano8.

In base a quanto sopra osservato, il canale prettamente virtuale, attraverso una non fisicità del contatto, attenua le emozioni di questi ragazzi, così come i rischi e i pericoli ai quali possono andare incontro.
Dietro lo schermo del proprio computer o del proprio smartphone, l’adolescente si può sentire più protetto di quanto lo sia effettivamente, sia a livello pratico e concreto, che a livello emotivo.
Tuttavia, in questo scenario emergono anche una serie di rischi ulteriori, derivanti, innanzitutto, da una carenza legislativa in materia, connessa al rapidissimo sviluppo tecnologico, e alla connessa difficoltà di promulgare leggi comuni e condivise da stati diversi9.
In relazione a questo profilo, bisogna rilevare come ogni stato abbia legiferato autonomamente in materia di adozione e di contatti post-adozione tra adottato, famiglia biologica e famiglia adottiva. In questi casi la rispettiva disciplina e il proprio background socio-storico-culturale hanno influito ampiamente su questo profilo.
Come verrà approfondito nel prossimo paragrafo, un esempio emblematico è rappresentato dall’ordinamento giuridico inglese, dove si ammette la cd. open adoption.
Infatti, eccetto un aspetto squisitamente giuridico che si auspica progredisca il prima possibile, l’immediatezza del contatto virtuale, che diventerà spesso anche reale, comporta l’inevitabile venire meno di una serie di tutele di fatto.
Innanzitutto, cercare di contattare un parente o un genitore biologico, in modo diretto, espone il ragazzo adottato ad una serie di pericoli.
In primo luogo, essere rifiutati dalla persona che sta cercando può rendere ancora più fragile il ragazzo adolescente, che, a causa di elementi connaturati alla fase della vita che sta vivendo, potrebbe incidere maggiormente sulla costruzione del proprio senso di identità.
Non solo, ma l’adottato potrebbe venire a conoscenza di condotte o aspetti del proprio genitore naturale che gli recano dolore, sofferenza, o turbamento di vario genere.
Inoltre, perseguendo questa strada, l’adolescente potrebbe imbattersi in notizie false, o addirittura manipolatorie, che minerebbero alla radice l’intento della sua ricerca.
Fra l’altro, il contatto con il proprio genitore potrebbe comportare un particolare livello di intensità, o una serie incessante di richieste, alle quali il minore non è pronto, o non è in grado di rispondere.
Inoltre, a meno che non si tratti di un profilo social aperto, che quindi si può osservare senza esporsi inviando una richiesta di amicizia, l’adottato rischia di uscire allo scoperto, fornendo notizie e informazioni spesso sensibili di sé, che una volta comunicate non potranno più essere risecretate.
Infine, si annovera anche il dato probabilmente più preoccupante e che non pone un freno a questo fenomeno in fortissima crescita. Solitamente, il ragazzo agisce senza coinvolgere la famiglia adottiva, trovandosi così da solo a gestire un simile contatto, per  paura che i genitori adottivi glielo impediscano.
A volte questo crea una notevole distanza nella famiglia adottiva, anche a causa di reazioni di chiusura, rabbia o dolore da parte dei genitori, isolando così il minore proprio quando risulta più fragile e vulnerabile10.
Di conseguenza, la famiglia adottiva gioca necessariamente un ruolo centrale nel percorso di pacificazione e integrazione, del proprio figlio, con i vissuti relativi al suo passato biologico.
Si consiglia che la famiglia adottiva sia più aperta possibile ad un’esperienza esistenziale del genere, permettendo così al ragazzo di ricercare notizie sulle proprie origini, rassicurato da una solida appartenenza al nucleo adottivo.
Diverso è il caso delle cd. “famiglie chiuse”, laddove l’esperienza precedente all’adozione venga vissuta come un tabù che non si può forzare, pena altrimenti il rischio di perdere il “diritto a vivere nella famiglia adottiva”.
In questi casi il ragazzo adottato non rinuncia alla ricerca, ma questa viene svolta segretamente, e l’adolescente tenderà a costruirsi una vita sempre più distaccata da quella della famiglia adottiva.
Inoltre, in alcuni casi i ricordi della propria vita prima dell’adozione possono essere spesso pesanti, porre domande non facili, e in altri i genitori biologici sono spesso ricordi remoti o figure idealizzate.
La gestione del passato biologico del proprio figlio costituisce un aspetto estremamente delicato per il nucleo adottivo.
Da un lato, il genitore adottivo dovrà preparare il figlio alle eventualità che possono prospettarsi per attutire ricordi dolorosi, ma, dall’altro, non potrà correre il rischio di risultare ostile a questi frammenti e al tentativo del figlio di ritrovarli.
Diventa, perciò, fondamentale, per il genitore adottivo, cercare di non sviare lo sguardo dalle ragioni che hanno portato il figlio a diventare adottabile.
Inoltre, non meno importante, spesso accade che i genitori biologici siano giovani adulti con condotte disfunzionali: il figlio potrà trovarsi esposto a contenuti  e a pratiche inadatti, e se si tratta di un adolescente potrà emulare questi comportamenti negativi e dannosi.
Tuttavia, i genitori adottivi dovranno essere aiutati a non cadere nella trappola di rimandare al figlio un’immagine scissa, dove la propria parte “cattiva” è totalmente ascrivibile ai genitori naturali (o mandare il figlio dallo psicologo affinché questo “lo aggiusti”), mentre la parte “buona” è interamente dovuta al proprio amore di genitori, quindi anch’essa espropriata al ragazzo11.

3.1 Regno Unito: la ricerca delle origini tramite social network, tra dubbi ed eccessive libertà 

Il fenomeno in esame risulta, estremamente, peculiare nei sistemi giuridici che hanno adottato la cd. open adoption, come Regno Unito e Stati Uniti.
Un’ampia libertà di confini nel contattare e nell’essere contattati, tra i soggetti facenti parte della cd. triade adottiva (incluse le agenzie di adozione), comporta notevoli perplessità, in particolare laddove il ragazzo adottato si rivolga ad internet e ai social network per ricercare la propria famiglia biologica.
Le problematiche rimangono le stesse esaminate nel precedente paragrafo, ma aumentano in considerazione del peculiare approccio anglofono.
Tra le difficoltà principali di un contatto non mediato, non si può non rilevare la frequente - a volte completa, altre parziale - rottura tra adottato e famiglia adottiva, una volta che il ragazzo ha conosciuto la propria famiglia biologica.
Infatti, sono frequenti le fughe da casa per andare a vivere con la madre o il padre naturali, nella speranza di una ritrovata serenità familiare ed esistenziale per il giovane ragazzo adottato.
Tuttavia, esperienze di fuga dalla casa familiare risultano spesso vane e prive di sostanza: i genitori biologici si rivelano essere non idonei a prendersi cura del minore, così questi torna dalla famiglia adottiva, ma in una dinamica familiare e relazionale assolutamente frammentata e difficilmente ricomponibile.
Allo stesso tempo, anche le forze dell’ordine inglesi hanno poteri limitati per intervenire in questi casi, in quanto contattare una persona non è un crimine, neanche attraverso internet.
Proprio in relazione alle fughe da casa, le forze dell’ordine hanno il dovere di proteggere i minori di sedici anni, insieme ad altre categorie di persone considerare “a rischio”.
Tuttavia, secondo la legislazione inglese, i ragazzi di sedici o diciassette anni possono lasciare la propria abitazione “volontariamente”: se un minore di diciotto anni si allontana da casa, la polizia potrà ricercarlo attivamente, “solo se è considerato vulnerabile”, altrimenti viene considerato in grado di prendere decisioni autonome.
Generalmente, la legge inglese ritiene che un ragazzo di età inferiore ai sedici anni non sia in grado di vivere in modo autonomo lontano da casa12.
A colmare queste lacune interviene il CEOP (Centro per la tutela online dei minori contro lo sfruttamento)13, organo esecutivo del governo britannico con poteri di polizia: può intervenire se un caso relativo all’uso di internet supera una determinata soglia di rilevanza, da loro definita, relativa alla “probabilità di danno significativo” per il minore.
Inoltre, affinché tale organo possa intervenire, non richiede che venga presentata alcuna prova che un reato sia stato già commesso. Laddove sospetti che sia in atto un adescamento online di minore, il CEOP potrà procedere a monitorare di nascosto la comunicazione online, rintracciando chi ha commesso il reato, e trasmetterà le informazioni alle forze di polizia locali, affinché procedano all’arresto.
Inoltre, a seconda del livello di rischio, in alcuni casi il CEOP potrà richiedere a Facebook l’accesso ai dati personali di un utente14.

Al di là della particolare configurazione del fenomeno nel Regno Unito, in Italia non si riscontra la presenza del medesimo in modo preponderante, a causa di alcune particolarità proprie del nostro ordinamento giuridico.
Innanzitutto, in Italia prevale l’istituto dell’adozione legittimante, che recide ogni legame tra adottato e famiglia biologica, impendendo che il minore possa venire a conoscenza dell’identità, anche solo anagrafica, dei propri genitori biologici.
Tuttavia, residuano alcune ipotesi particolari di adozione mite o aperta, che, invece, tendono a mantenere, parzialmente open, i canali di comunicazione tra le due famiglie e l’adottato.
Nonostante questo scenario, in Italia residuano comunque diverse problematiche relative alla pericolosità di una ricerca delle origini tramite social network, in particolare Facebook, che non offrono alcuna garanzia di sicurezza15.

4. Il fenomeno di Facebook tra rischi e perplessità

Come accennato, è innegabile l’influenza che i social network, Facebook in particolare, hanno avuto e continuano ad avere nella ricerca delle origini, determinando la cd ricerca “fai da te”. Questa risulta assolutamente incapace a contemperare i contrapposti interessi del figlio adottato e della famiglia biologica, a causa della mancanza di una fondamentale funzione di filtro, necessaria per scremare gli eventuali pericoli insiti in questi strumenti.
A dimostrazione di quanto osservato, si segnala una ricerca del 201316 che ha rilevato come su 392 adottati, dai diciotto ai cinquant’anni, il 74% abbia dichiarato di avere utilizzato internet per cercare parenti biologici, e il 61% di utilizzarlo per mantenere i contatti.
Non solo, ma è emerso cha accade anche il contrario: il 33% dei genitori biologici ha utilizzato internet e i social network per ricercare i figli dati in adozione, e il 37% dei genitori adottivi ha dichiarato di avere utilizzato internet per ricercare i familiari biologici del proprio figlio.
Infatti, risulta che Facebook abbia il numero più alto di utenti rispetto a qualsiasi altro social network: dal suo arrivo nel 2006 nel Regno Unito ha attratto circa 33 milioni di utenti17, ed è il social network maggiormente utilizzato dai minori adottati per la ricerca della propria famiglia biologica18.

Ritenendo assodato quanto finora affermato, perché i figli adottivi trovano in Facebook un buon alleato?
Innanzitutto, rappresentati e idealizzati dalla patina di Facebook, tutti i genitori  biologici risultano “buoni” agli occhi del figlio, e questo favorisce un naturale processo di idealizzazione, dimenticando così la vera ragione che li ha spinti alla ricerca, ovvero il “fantasma” dell’abbandono e dei maltrattamenti subiti in passato.
In primo luogo, incontrare il proprio genitore naturale tramite Facebook è una modalità asettica e atipica, che non aiuta assolutamente nello scopo della ricerca.
Infatti, il contatto non mediato - attraverso lo strumento virtuale e l’illusione che lo si possa interrompere con estrema facilità19 - rappresenta una naturale difesa che aiuta a rompere l’imbarazzo dell’adolescente, a palesarsi, e a costruire un collegamento. Così appare più semplice il passaggio dall’incontro virtuale a quello reale.
Ad esempio, il  ricongiungimento tra fratelli, anche solo attraverso il mezzo virtuale (ad es. tramite Skype, se vivono in paesi distanti), potrebbe diventare un’utile risorsa per ciascuno di loro, ma questo rende necessario che i servizi e gli operatori sociali lavorino nei percorsi di post-adozione con puntualità e progettualità. Solo un lavoro coeso e strutturato potrà garantire una stabilità al minore adottato e alla famiglia adottiva20.
Inoltre, all’interno della ricerca delle origini tramite social network, per evitare i pericoli menzionati, risulta estremamente necessario ricorrere ad una mediazione professionale tra adottato minore, famiglia biologica e famiglia adottiva.
Così come risulta altrettanto necessaria, per la stessa motivazione, una maggiore formazione riguardo questi strumenti.
In particolare, risultano fondamentali due fattori. Da un lato, una formazione tecnica: formare professionisti e famiglie adottive sulle modalità di funzionamento dei social media, nonché gli stessi minori adottati sulla gestione della privacy contro i rischi dell’uso di questi strumenti.
Dall’altro, una formazione relazionale: formare i genitori adottivi ad impegnarsi in una narrazione più aperta sulle origini dei propri figli, evitando che gli stessi svolgano una ricerca, in solitaria, dei propri genitori biologici.
Perciò, la famiglia adottiva e il minore adottato dovranno comprendere chiaramente le criticità principali dell’utilizzo dei social network.
Infatti, emerge, innanzitutto, la possibilità di divulgazione di informazioni e di dati personali su internet, già a partire dall’età di tredici anni: questo significa che vi è la possibilità sia di cercare, ma anche di essere cercati.
Infine, i professionisti dell'adozione riescono difficilmente a intervenire quando rilevano dei contatti online problematici: non hanno procedure che consentono di intraprendere azioni efficaci, e di gestire la privacy dei minori e degli adulti coinvolti.
Possono intervenire solo se si sono già verificati dei contatti problematici e i bambini o i genitori richiedono il loro intervento, ma difficilmente possono proteggere i minori quando sia necessario. Infatti una volta che il contatto è iniziato non è più possibile “tornare indietro”21.

Quindi, è naturale porsi il seguente dilemma: la famiglia adottiva come può garantire la sicurezza online dei propri figli?
Esistono diverse soluzioni che impediscono, tendenzialmente, che il minore veda contenuti inappropriati o pericolosi, o che acceda a siti non adatti alla sua età.
Nonostante siano stati installati strumenti di controllo genitoriale e rigide misure di sicurezza22, il figlio potrà comunque eluderle e accedere ad internet attraverso vari strumenti (es. il computer sella scuola, o lo smartphone di un amico, o presso la biblioteca comunale).
Tuttavia, nessuno di questi strumenti, tantomeno quelli più sofisticati, potranno mai sostituire il dialogo fra genitori e figlio sulla propria storia adottiva e sulla propria famiglia biologica.
Infatti parlando con il figlio i genitori potranno percepire un primo segnale della sua curiosità, o se si sia già messo alla ricerca di informazioni.
La relativa discussione può costituire un campanello d'allarme se lo stesso  ha intenzione di scoprire di più, e quindi può servire a sostenerlo nella sua ricerca personale.
Tuttavia, resta comunque piena facoltà dei genitori scegliere come e se limitare l’accesso ad internet del proprio figlio, date circostanze, il grado di rischio, e l’età.
Infine, un’ulteriore problematica - connessa alla precedente - riguarda la responsabilità o meno di Facebook e degli altri social network per questi contatti non mediati, in particolare se questi possano ritenersi responsabili.
Infatti, diversi genitori vorrebbero che le autorità locali e i servizi sociali svolgessero un ruolo più propositivo e attivo, intervenendo laddove si verificano dei problemi con i genitori biologici, e quando vengono stabiliti dei contatti  pericolosi, o potenzialmente dannosi, tramite Facebook.  
Tuttavia, chiedere un intervento attivo di Facebook, affinché risponda per le sue responsabilità non è molto semplice.
Se il minore ha acconsentito, volontariamente, a prendervi parte, in questi casi, superata l’età di tredici anni, l’eventuale richiesta di intervento potrà provenire soltanto dalla persona destinataria dei messaggi, ovvero l’adottato23.

5. Conclusioni e prospettive di cambiamento

Per cercare di risolvere le problematiche che emergono in materia di ricerca delle origini, una risposta adeguata, di fronte ad interessi tanto contrastanti, potrebbe essere quella di aumentare i contatti e le relazioni, all’interno del triangolo adottivo, tra i servizi sociali, le agenzie di adozione, e le famiglie biologica e adottiva.
Si tratta di uno scenario estremamente complesso e variegato, di difficile gestione per qualsiasi operatore sociale.
Inoltre, data la complessità di questa dinamica, risulta fondamentale il ricorso al pensiero sistemico. Questo potrà guidare gli attori interessati, attraverso questa generale complessità, a visualizzare conseguenze e sfaccettature, giungere ad una visione meno piatta ed estremizzata, accettando la sfida che la realtà dei fatti pone. L’utilizzo del pensiero sistemico permette, inoltre, di individuare insieme soluzioni rispettose di tutte le persone coinvolte, dei loro sentimenti e della complessa situazione che li coinvolge24.
Tuttavia, se il desiderio del minore viene gestito tempestivamente, cercando di assumere un approccio aperto, da parte della famiglia adottiva, allora sarà possibile cercare di mediare i contatti tra famiglie.
Infine, sarebbe auspicabile anche il ricorso alla mediazione familiare, come possibile strumento di intervento e di mediazione tra i diversi interessi.
In quanto rientrante tra le ADR (Alternative Dispute Resolution), la mediazione familiare costituisce uno strumento di intervento stragiudiziale di innegabile rilevanza pratica, soprattutto in vicende del genere.
Il mediatore familiare, quale soggetto terzo e imparziale, specificatamente formato nella gestione della crisi familiare, potrebbe vedersi affidate anche vicende familiari, che sono conseguenza della crisi adottiva (o in alcuni casi più gravi, del fallimento adottivo).
Attraverso la sua professionalità e le sue specifiche competenze tecniche, proprie del suolo ruolo e avulse da qualsiasi altro professionista, il mediatore potrebbe riuscire a mediare i contrapposti interessi tra adottato minorenne che ricerca le proprie origini, famiglia adottiva, famiglia biologica, e servizi sociali.
Trattandosi di uno strumento ormai diffuso in tutta Europa, la mediazione familiare potrebbe essere utilizzata, con maggiore frequenza, proprio negli ordinamenti giuridici che prevedono la cd. open adoption, ovvero quei sistemi più interessati e colpiti dai contatti post-adozione.


Note e riferimenti bibliografici

Cfr. Coram BAAF Adoption & Fostering Academy, Dr John Simmonds presents the UK perspective of Adoption in the Digital Age at the European Parliament, 2019, in www.corambaaf.org.uk, 20 Marzo 2019.

Cfr. J. SAMUELS, Adoption in the digital age - Opportunities and Challenges for the 21st Century, Switzerland, 2018, 36-45.

Ibid, 102-103.

P. AROLDI, N. VITTADINI, Children’s rights and social media: Issues and prospects for adoptive families in Italy, in New Media & Society, 2017, IX (5), 745.
Il rappresentante di ARAI (Agenzia Regionale per le Adozioni Internazionali): «I contatti tra i bambini adottati e i genitori naturali sono altamente emotivi e necessitano di una riflessione piuttosto lunga, mentre la comunicazione sui social media è caratterizzata da immediatezza».
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C. BENINI., Adozione e ricerca delle origini ai tempi di Facebook, in Terapia Familiare, 2017, 115, 30.

Ibid.

9 Ibid, 31.

10 Ibid, 31-32.

11 Ibid, 32-35.

12 E. FURSLAND., cit., 129. Di conseguenza, chiunque si prenda cura di un minore, senza averne la potestà genitoriale, potrà fare ciò che è ragionevole in ogni circostanza per tutelare e promuovere il suo benessere, secondo quanto dispone il Children Act del 1989, co. 3(5), il Children Scotland Act del 1995, co. 5(1), o Children Northern Ireland Order del 1995, art. 6.
Inoltre, chiunque “prenda con sé o trattenga” un minore di età inferiore ai sedici anni, senza averne l’autorità, per legge è perseguibile penalmente in conformità a quanto è disposto dalla par. 2 del Children Abduction Act del 1984, par. 83 e 89 del Children Scotland Act del 1995, e dall’art. 70 (5-6) del Children Northern Ireland Order del 1995.

13 Child Exploitation and Online Protection command. Cfr. www.ceop.police.uk

14 Ibid, 129-131.

15 Abburrà A., Femia F., Figli adottivi detective su Facebook per ritrovare la madre naturale, 2018, in www.lastampa.it, 13 Marzo 2018.
In Italia esistono due pagine Facebook ("Figli adottivi cercano genitori biologici" e "Ti cerco. Appelli di persone che cercano le loro origini e i propri cari") che si occupano di aiutare e sostenere chiunque sia interessato a ricercare le proprie origini, o quelle di un parente o di un amico. Sembrerebbero fornire un aiuto concreto alle tantissime persone che cercano notizie a questo riguardo, e in parte riescono nel loro obiettivo, ma in realtà realizzano l’effetto opposto. Non fanno altro che ospitare richieste di ricerca, condividendo informazioni private sensibilissime (come date di nascita, fotografie di famiglia, indirizzi, ecc.), che rischiano di mettere in pericolo sia chi cerca, sia chi viene cercato.
I problemi che emergono sono sempre gli stessi. Manca una chiara funzione di filtro che assicuri e garantisca la privacy dei diretti interessati, ma soprattutto un controllo che solo le istituzioni competenti possono fornire, evitando rischi di furti di identità, truffe di vario genere, e veri e propri ricatti (non solo emotivi).

16 Dati, Donaldson Adoption 2013, tratti dall’intervento del dott. M. Chistolini dal titolo Internet e la ricerca delle origini nell’adozione - Che cosa è cambiato a cosa può cambiare - Convegno FACE TO FACE, Ricercare e ricercarsi ai tempi dei Social, Ente Associazione Famiglie Adottive Pro Icyc a Giulianova, 7-8-9 Settembre 2018.

17 E. FURSLAND., cit., 67, nota n. 3.“In Italia gli utenti registrati erano, ad agosto 2013, quasi 24 milioni, dei quali il 13% si colloca in una fascia di età compresa tra i 13 e i 18 anni”.

18 Ibid., 67.

19 L’adottato potrà cancellare l’amicizia su Facebook con il genitore biologico, o bloccare il suo contatto, ma è una mera illusione credere che così tutti i problemi cesseranno.
Il genitore avrà già acquisito una vasta serie di dati e informazioni identificative del figlio. Sono dati che quest’ultimo ha condiviso quotidianamente sui social, spesso senza rendersene conto.

20 F. VITRANO, E. MORELLO, cit., 123-125

21 P. AROLDI, N. VITTADINI., cit., 746-747.

22 E. FURSLAND, cit., p. 69. Ad es. impostare un filtro che renda inaccessibili siti web non adatti ai bambini, a seconda dell’età. Oppure, impostare dei limiti di tempo massimo per la navigazione online, o bloccare l’accesso in determinati momenti della giornata.

23 E.  FURSLAND., cit., 69-72.

24 C. BENINI, cit., 43.