Sommario: 1. Introduzione; 2. Le madri che abbandonano: il loro ruolo nel cd. triangolo adottivo; 2.1 Le motivazioni dell’abbandono; 2.2 Le madri che abbandonano: non sempre una scelta consapevole; 2.3 L’abbandono: le conseguenze della perdita; 3. Il progetto Mamma Segreta: una possibile soluzione; 4. Conclusioni e proposte operative.
1. Introduzione
L’abbandono e l’adozione costituiscono due momenti intimamente legati tra loro, che caratterizzano il vissuto del bambino. Questo avviene, da un punto di vista logico, in quanto l’adozione è conseguenza del previo abbandono, ma anche per gli effetti derivanti dalla rottura del legame affettivo con la madre biologica1, con i quali il bambino e i genitori (sia biologici che adottivi) dovranno confrontarsi per tutta la vita.
Nancy Verrier definisce "ferita originaria" la profonda ed intima sofferenza che segna gli adottati, ed è allo stesso tempo "fisica, emotiva, psicologica e spirituale"2.
Tuttavia, anche la madre che abbandona il proprio figlio subisce la stessa ferita, che la segnerà per il resto della vita, così come accadrà al bambino.
Infatti, non va dimenticato che il termine “abbandono” viene utilizzato, etimologicamente, per indicare soprattutto il rifiuto, l’indifferenza e la non cura, ma anche la rinuncia a qualcosa o addirittura la delega.
Spesso questi significati vengono confusi, dando origine a pregiudizi e stereotipi sociali circa le madri che abbandonano, stigmatizzandole per una scelta non sempre consapevole e ponderata3.
2. Le madri che abbandonano: il loro ruolo nel cd. triangolo adottivo
Una prima domanda che sorge spontanea riguarda le motivazioni e i contesti socioculturali, che spingono queste madri ad abbandonare il proprio figlio. Queste ragioni sono spesso rimaste nell’ombra in passato, relegate nel pregiudizio e nello stereotipo, e spiegano l’abbandono riconducendolo a cause socioeconomiche o a differenze culturali.
In realtà, i motivi che hanno spinto a non indagare in modo approfondito le motivazioni di queste madri vanno ricercati, innanzitutto, in un modello di adozione, quello italiano, fondato sul segreto delle origini biologiche4.
L’obiettivo di questo modello rispondeva, all’epoca, al tentativo sociopsicologico di rimuovere le differenze socio-economiche e culturali tra il bambino adottato e la famiglia adottiva.
L’idea alla base era di nascondere, così, le origini del minore, come se fosse figlio biologico e non adottivo. In secondo luogo, un’altra spiegazione - che ha portato a non investigare ulteriormente sul tema - si rintraccia nella parziale percezione della complessità dell’adozione.
Nella società di allora, la famiglia adottiva - a volte inconsapevolmente ed altre no - tendeva a non riconoscere il bisogno dell’adottato ad essere aiutato nell’elaborare il proprio vissuto, e quindi l’abbandono.
In passato, nella letteratura e nella società, si è sempre discusso dell’adozione come se i reali protagonisti di questa vicenda fossero soltanto due, il bambino e i genitori adottivi, trascurando il “potere” e l’importanza di quelli naturali.
Contrariamente, ormai da diversi decenni è stata introdotta la nozione del cd. "triangolo adottivo"5, che definisce la famiglia adottiva come composta da una triade: vi sono i genitori adottivi, il figlio adottato e i "genitori di nascita"6.
In questa differente visione i protagonisti del percorso adottivo sono tre, quindi l’accento deve essere necessariamente posto sull’importanza di recuperare la storia del bambino precedente all’adozione, allo scopo di stabilizzare il suo sviluppo psico-affettivo.
Nonostante questa necessità sia di indubbio valore psicologico e affettivo, essa si scontra con la compresenza di interessi differenziati, benché tutti meritevoli di tutela.
Così, come può avvenire in una qualunque famiglia naturale, anche all’interno dell’adozione intesa come triangolo gli interessi affettivi di questi possono confliggere tra loro.
In primo luogo, troviamo il bisogno dei genitori adottivi di sentirsi confermati e riconosciuti nel proprio ruolo, come “veri genitori”, con la conseguente difficoltà di doversi interfacciare con quelli biologici.
Chiaramente, questo bisogno ancestrale di conferma genitoriale, da parte della famiglia adottiva, non può non entrare in contrasto con il bisogno del bambino ad essere aiutato ad integrare la sua doppia identità (biologica e adottiva).
Non solo, ma, come vedremo, entrerà in conflitto anche con il bisogno della madre naturale ad essere rappresentata con la dignità che merita.
Un simile conflitto di interessi si rintraccia a volte, anche, presso gli stessi operatori dei servizi sociali che seguono l’iter adottivo.
Infatti, questi rischiano, talvolta, di identificarsi nell’utente che hanno preso in carico (il genitore biologico, il bambino abbandonato, o il genitore adottivo), sottovalutando l’enorme complessità del percorso stesso7.
A questo riguardo sono, sicuramente, significative le diverse prassi seguite circa l’utilizzo delle informazioni sul genitore che abbandona. Da un lato, vi sono alcuni servizi sociali che non trasmettono all’Autorità Giudiziaria nessuna informazione relativa alla storia personale, sociale e familiare della donna che decide di abbandonare il neonato.
Solitamente, chi predilige una simile posizione ritiene prioritario tutelare il diritto del genitore biologico alla riservatezza e all’anonimato, come previsto dalla legge. Invece, dall’altro lato, vi sono servizi sociali che, pur tutelando il diritto all’anonimato della madre, raccolgono e trasmettono all’autorità giudiziaria informazioni circostanziate sulla storia personale della donna, e sul contesto emotivo e sociale in cui è maturato l’abbandono8.
2.1 Le motivazioni dell’abbandono
Restando fermo quanto fino ad ora osservato, è necessario indagare a fondo le motivazioni dei genitori che abbandonano, perché solo avendo chiaro il quadro di riferimento, sarà possibile, come operatori, rappresentare correttamente queste donne, trasmettendo ai genitori adottivi un’immagine realistica e veritiera. Lo scopo ultimo sarà quello di potere impostare correttamente la relazione tra famiglia adottiva e adottato, così che la stessa adozione costituisca un valido supporto per potere elaborare l’esperienza dell’abbandono da parte dell’adottato.
Tuttavia, non è necessario, soltanto, indagare le motivazioni della madre biologica, ma anche avere chiaro il contesto emotivo e affettivo in cui viene maturata la scelta dell’abbandono, le relative circostanze e i diversi scenari in cui questo si verifica.
Esistono tre principali tipologie di abbandono: l’abbandono come inadeguatezza, l’abbandono come agito, e l’abbandono come rinuncia.
L’abbandono come inadeguatezza è molto frequente e prevalente, rispetto alle altre, nella realtà nazionale.
Si configura laddove le madri abbiano messo in atto una serie di gravi trascuratezze, maltrattamenti o abusi sessuali verso il minore.
Inoltre, queste stesse madri non hanno risposto positivamente ai tentativi dei servizi sociali di avviarle ad un trattamento delle rispettive problematiche personali e relazionali, o di sostenerle in un percorso di recupero della propria genitorialità.
In questi casi, l’autorità giudiziaria minorile definirà lo stato di abbandono del minore, prendendo atto che le risorse (affettive ed economiche) del nucleo familiare biologico, anche se supportato, non sono sufficienti a garantire un’adeguata crescita del bambino.
L’abbandono come agito, invece, si verifica quando la madre non riesce a costruire con il neonato una relazione significativa, perché le sue energie emotive sono impegnate a fare fronte a relazioni problematiche, disturbate, o irrisolte con il partner o con la propria famiglia di origine.
Per queste madri il pensiero del figlio diventa un tormento profondo e dilaniante, laddove immaginino di perderlo, e se vedono rispecchiata nel rapporto con lui la propria triste infanzia.
Infine, l’abbandono come rinuncia viene agito dalla madre al momento della nascita, quando rinuncia a crescere il figlio, che viene così registrato all’anagrafe come figlio di persona che non vuole essere nominata e di padre sconosciuto.
A questo riguardo è interessante osservare come il termine "rinuncia"9 significhi "potere di un soggetto di abbandonare un diritto di cui è titolare": l’accento è posto sul diritto di chi rinuncia, in questo caso di essere genitore, ma non viene presa in adeguata considerazione il diritto di chi viene abbandonato, ovvero il figlio.
Ad ogni modo, la rinuncia è un atto che incide radicalmente sulla vita di entrambi: la madre che abbandona e il figlio che viene abbandonato10.
2.2 Le madri che abbandonano: non sempre una scelta consapevole
Cosa troviamo, quindi, alla base dell’abbandono e della rinuncia di queste madri?
Solitamente, i genitori che abbandonano il proprio figlio non hanno elaborato efficacemente le proprie esperienze infantili11, perciò risultano incapaci di costituirsi a loro volta come valide figure di attaccamento nei confronti dei loro figli.
Tuttavia, nonostante quanto appena accennato, risulterebbe controproducente e fuorviante stabilire dei rigidi nessi deterministici di causa effetto tra il vissuto delle madri e l’abbandono dei propri figli.
Quindi, dobbiamo ipotizzare che queste madri, non solo, abbiano avuto attaccamenti traumatici, ma non abbiano mai incontrato nella loro vita altre opportunità compensative e riparative12.
Quindi, le madri che abbandonano vogliono, in realtà, proteggere il proprio bambino?
Come ci informa la letteratura in materia, il compito centrale di ogni genitore è proteggere i propri figli fino al raggiungimento della loro maturità. Tuttavia, la genitorialità viene spesso influenzata dal modo in cui il genitore ha imparato a proteggersi dal pericolo.13
Solitamente, in presenza di un abbandono la funzione di protezione viene distorta.
Spesso i comportamenti inadeguati di un genitore possono essere considerati dei meccanismi distorti per proteggere sé stessi dal pericolo, ma a danno del proprio figlio. Infatti, genitori insicuri o irrisolti risultano fortemente influenzati dalle proprie esperienze, tendono ad agire in base a queste piuttosto che alla situazione attuale, e risultano maggiormente guidati dai propri stati emotivi, anziché pensare ai bisogni emotivi del proprio figlio.
Questi genitori, non avendo elaborato la propria esperienza traumatica, non riescono a rappresentarsi il bambino e i suoi bisogni, perché tendono a rispecchiare nel figlio il proprio vissuto irrisolto. In questi casi prevale l’esigenza del genitore di proteggere sé stesso.
Le madri che abbandonano si trovano in situazioni di forte stress, si sentono minacciate nella loro integrità e nelle possibilità di sopravvivenza, quindi non riescono a “visualizzare” il proprio figlio.
In una siffatta dinamica, queste madri falliscono nel percepire e nel sintonizzarsi emotivamente con il proprio bambino, e tendono a sperimentare un’esperienza assimilabile alla dissociazione (centratura totale su di sé e sui propri bisogni).
Quindi, nonostante gli effetti e le conseguenze psico-sociali dell’abbandono potranno essere diverse tra la madre e il bambino, entrambi risulteranno segnati, spesso a vita, da questo evento.14
Profilata la figura, assolutamente non generalizzabile, della madre che abbandona, analizziamo la sua esclusione - molto frequente - dal collocamento in adozione o dall’affidamento.
Risulta abbastanza diffusa la tendenza, ad opera dei servizi, di escludere le madri di nascita dall’accompagnamento del bambino al collocamento adottivo.
Prevale, nei fatti, l’abitudine ad affrontare e gestire la separazione madre-figlio con una modalità di cesura netta dei rapporti e con tempistiche molto rapide.
Questa prassi, utilizzata anche in altri contesti (collocamento in comunità o affidamento familiare), risulta funzionale alla necessità di limitare il più possibile la sofferenza, favorendo dei distacchi il più possibile rapidi e indolori.
Vengono così eliminati, anche se solo in superficie, sentimenti di tristezza, dolore o rabbia, evitando o negando la sofferenza delle madri che abbandonano.
Questa pratica comporta, nella sostanza, una conseguenza dai confini poco chiari: queste donne non si sentono in alcun modo legittimate ad affrontare le difficoltà della perdita, e a gestire il "lutto" che ne deriva.
Alcune motivazioni, poste alla base di questa prassi, riguardano le premesse degli operatori dei servizi, che prediligono la celerità del procedimento all’elaborazione di quest’importante fase della vita.
Si presume, ad esempio, che la madre possa boicottare o ostacolare il collocamento adottivo. Oppure, possono effettivamente sussistere esigenze di riservatezza, di privacy, nei confronti della famiglia adottiva, così come il timore che la madre possa acquisire informazioni sul collocamento adottivo, e violarne la segretezza15.
Tuttavia, è fondamentale dovere ripensare queste prassi, in modo tale che madri e bambini siano messi nelle condizioni migliori per potere affrontare questa perdita, che esiste, è tangibile, e come tale va riconosciuta e gestita16.
2.3 L’abbandono: le conseguenze della perdita
Sono evidenti le conseguenze psicologiche, che ricadono sul figlio adottato in seguito all’abbandono. Ad ogni modo, sono altrettanto dolorose le ferite che può riportare una madre che decide di abbandonare il proprio figlio.
A queste conseguenze si aggiunge lo stigma sociale e l'infamia con i quali queste donne vengono condannate dalla società per questa loro scelta17.
Anche se entrambi soffrono di questo abbandono, probabilmente la gestione e l’elaborazione della perdita ha un’incidenza maggiore sulla madre, piuttosto che sul figlio.
Infatti “ciò che rende più difficile elaborare la perdita, anche per le madri, è che, a differenza del lutto, i figli ci sono, sono vivi, non sono nell’aldilà”18.
L’abbandono si configura come una perdita, anche se non permanente, a differenza della morte.
Proprio per questo motivo, tale perdita, per come si verifica, risulta poco chiara e alimenta nella donna fantasie di ricerca e di riunione con il proprio figlio.
Sono frequenti nelle madri che abbandonano alcuni problemi che costituiscono una vera e propria sindrome, la cd. "sindrome delle madri di nascita"19, che si caratterizza con alcuni tratti tipici. 20
Come abbiamo potuto osservare, il quadro generale in cui si sviluppa e si concretizza il fenomeno dell’abbandono è preoccupante e singolare.
Sicuramente, rispetto al passato, i cambiamenti socioassistenziali e politico-culturali che si sono succeduti nei decenni, hanno concesso un maggiore ventaglio di possibilità alle donne che vogliono affrontare una gravidanza non voluta21.
Tuttavia, attualmente, il nostro ordinamento giuridico e la rete dei servizi sociali non si occupano più delle madri che abbandonano, una volta pronunciata l’adozione e collocato il minore presso la famiglia adottiva o affidataria.
Queste donne vengono lasciate al loro destino, spesso infausto, prive di mezzi tramite i quali potere affrontare l’abbandono, ma soprattutto con la necessità - nell’immediato, e soprattutto negli anni successivi - di un sostegno psicologico e sociale, che le aiuti a riconoscere la propria decisione, e a perdonare sé stesse22.
Perciò, è naturale porsi dei quesiti fondamentali, dalla risposta non immediata, ovvero chi si occupa delle cd. “madri di nascita”?
E soprattutto, procedendo verso un futuro dai margini indefiniti e poco chiari, da un punto di vista socioassistenziale, quale sarà il loro destino?
3. Il Progetto Mamma Segreta: una possibile soluzione
Una prima risposta ai quesiti posti nel paragrafo precedente la possiamo rintracciare nel “Progetto Mamma Segreta”23, promosso dalla Regione Toscana ormai da diversi anni.
L’obiettivo del progetto consiste nel prevenire l’abbandono di minori, sostenendo le gestanti e le madri in grave difficoltà, garantendo loro tutto il sostegno possibile da parte dei servizi territoriali e ospedalieri presenti sul territorio regionale.
Il progetto, dopo una prima fase sperimentale avviata nel 1999, in collaborazione con il Comune e con l’ASL del Comune di Prato e con l’Istituto degli Innocenti di Firenze, diventa operativo nel 2005 con l’obiettivo di coinvolgere l’intero territorio regionale.
L’obiettivo centrale è quello di fornire un percorso di prevenzione e di tutela, che permetta alla donna in difficoltà di affrontare con consapevolezza la propria gravidanza, sia che decida di portarla a termine, tenendo il bambino, sia che decida di non riconoscerlo, partorendo in anonimato.
Infatti, la legge italiana garantisce il diritto per tutte le donne (incluse extracomunitarie e donne in condizione di clandestinità) di partorire in anonimato gratuitamente, ricevendo la necessaria assistenza sanitaria per loro stesse e per il loro bambino.
Il progetto offre, in particolare, informazioni, sostegno e accompagnamento durante la gravidanza a donne in difficoltà sociopsicologica, che potranno rivolgersi al servizio in completo anonimato e gratuitamente24.
Possono accedere al percorso tutte le donne in gravidanza (straniere, italiane, residenti, non residenti, clandestine, nubili o coniugate), senza limiti di età e in qualsiasi condizione socio-familiare.
Il progetto viene attuato attraverso il coinvolgimento dei comuni di Firenze, Prato, Pisa e Siena, in qualità di comuni capofila delle relative aree vaste: è loro compito coordinare le iniziative di informazione e formazione, in modo da raggiungere tutti gli operatori, sia dei servizi sociali territoriali che dei presidi ospedalieri25.
Nel corso degli ultimi anni si è cercato di implementare gli obiettivi che il progetto Mamma Segreta cerca di raggiungere, presentando una serie di proposte operative26 per rendere maggiormente edotta la madre biologica sulla propria scelta e sulle conseguenze di questa decisione.
In primo luogo, per quanto riguarda le modalità del parto anonimo, l’assistenza che la donna riceverà durante la gravidanza e nella fase successiva, ma soprattutto la fase dell’eventuale interpello27 ad opera del figlio: quali diritti ha la madre biologica, come li può esercitare, e come potrebbe avvenire l’eventuale contatto con il figlio abbandonato.
A questo riguardo, le proposte operative per raggiungere questi obiettivi sono state diverse.
Innanzitutto è stato proposto di aggiornare le linee guida regionali del percorso Mamma Segreta, rispondendo, così, alla necessità di una maggiore informazione sul possibile interpello della madre, comunicandole la disponibilità dei servizi per il sostegno successivo al non riconoscimento.
In secondo luogo, condividere le modalità adeguate per creare una continuità nei rapporti con il bambino (es. lettera o altro tipo di documentazione, se possibile), ma anche sostenere la madre nel suo percorso di rielaborazione post non riconoscimento.
In terzo luogo, è stata proposta l’elaborazione e la condivisione, fra Tribunali minorili e servizi sociali, di procedure e prassi per l’indagine e il colloquio con le madri biologiche nella fase di interpello. L’obiettivo è quello di condividere una serie di prassi comuni e uniformi per tutti i Tribunali minorili collocati sul territorio toscano28.
Quest’ultimo obiettivo risulta di particolare importanza, se consideriamo la peculiarità del progetto Mamma Segreta, secondo due principali motivazioni.
Innanzitutto, rappresenta ad oggi un unicum a livello nazionale.
Infatti, nessun’altra regione ha predisposto un simile piano di intervento e di tutela nei confronti della madre che abbandona il proprio figlio alla nascita29.
Inoltre, mancando delle prassi condivise tra tutti i Tribunali minorili, sarebbe auspicabile addivenire ad una soluzione unanime riguardo a come è necessario muoversi in casi di abbandono.
Altrimenti, se ogni singolo Tribunale minorile dovesse autoregolarsi in autonomia, come sta avvenendo al momento, senza linee guida condivise da seguire, il progetto stesso continuerebbe ad avere un’efficacia solo parziale.
«Sulla base di questi primi obiettivi di riforma, si è addirittura pensato di attribuire una delega più ampia alla Polizia Giudiziaria, nella fase di raccolta delle informazioni preliminari sulla situazione attuale della madre biologica (situazione anagrafica, stato di salute, ecc.)30.
Infine, sarebbe di estrema importanza ed utilità condividere con il Tribunale minorile procedure che facilitino l’incontro del giudice con le madri: sarebbero presenti l’assistente sociale che ha curato la fase preliminare dell’interpello, ed uno psicologo.
Inoltre, risulta fondamentale garantire un percorso di accompagnamento post-incontro31 curato dai servizi sociali, e soprattutto creare un’equipe integrata e specializzata di operatori tra Tribunale minorile e servizi sociali»32.
4. Conclusioni e proposte operative
Come abbiamo potuto osservare, il fenomeno dell’abbandono presenta una complessa dinamica e coinvolge più soggetti.
In primis, la madre biologica trova un supporto nei servizi sociali solo al momento dell’abbandono e della scelta per l’anonimato, mentre per il resto della sua vita resta assolutamente priva di sostegno e di aiuto.
In secondo luogo, il figlio adottato, che è stato abbandonato, ha l’estrema necessità di comprendere, affrontare ed elaborare il più possibile il proprio passato preadottivo, e quindi l’esperienza dell’abbandono.
Infine, anche i genitori adottivi dovranno essere in possesso degli strumenti necessari per aiutare il figlio ad elaborare questo passato spesso traumatico.
A tale riguardo, risulta essenziale che la famiglia adottiva venga preparata, “formata” e informata, da parte dei servizi, circa il passato del proprio figlio e del contesto in cui la madre ha vissuto, e ha maturato la propria decisione.
È di fondamentale importanza che i genitori adottivi aiutino il proprio figlio ad elaborare la sua esperienza di abbandono.
Una domanda sorge spontanea, parlando di abbandono e di madri cd. “di nascita”, ovvero qual è il destino delle madri che abbandonano i propri figli?
Una possibile risposta a questa domanda la possiamo rintracciare nel Progetto Mamma Segreta, promosso dalla Regione Toscana e dall’Istituto degli Innocenti di Firenze, che fornisce un supporto e un sostegno completo, psico-sociale e assistenziale, alla donna in stato di gravidanza, qualunque sia la sua decisione.
Il progetto è sicuramente all’avanguardia, per la sua gratuità e per la garanzia di anonimato per la donna; è attivo dal 1999, e rappresenta un unicum a livello nazionale.
Proprio per questo motivo sarebbe auspicabile che anche le altre regioni si adeguassero, promuovendo progetti di sostegno e aiuto simili al modello toscano.
Attualmente, fatta eccezione per la regione Toscana, soltanto la Città metropolitana di Milano nel 1997 ha promosso un progetto simile a sostegno della difficoltà materna, che è rimasto attivo fino al 2015.
Se ogni regione disponesse di uno strumento simile, organizzato e diffuso capillarmente, le madri che abbandonano avrebbero un sostegno fondamentale in questo difficile momento della loro vita.
Non solo, ma come abbiamo potuto osservare, un simile sostegno è sicuramente centrale nel momento della gravidanza e della decisione della donna (anonimato o riconoscimento), ma è ancora più fondamentale e importante che essa stessa riceva assistenza nel post-non riconoscimento.
Infatti, è proprio in questo momento che la donna si sente più sola e abbandonata, e necessita del maggiore supporto possibile, sia psicologico che socioassistenziale.
Un’altra problematica, che si lega alla precedente, concerne la mancanza al momento di prassi operative e di linee guida condivise dai tribunali minorili e dai servizi sociali sul territorio toscano.
Soltanto laddove tutti i soggetti istituzionali interessati avranno condiviso delle linee guida da seguire all’unanimità, allora sarà possibile fornire un servizio realmente efficace alle madri che abbandonano.
Quindi non si può negare la necessità di una giustizia cd. riparativa33, ovvero «[...] di percorsi di riconciliazione e perdono, che possono aprire a possibilità di resilienza34, che non abbiano forma solo privatistica, ma che trovino uno spazio pubblico in cui esprimersi ed essere legittimati»35.
In questo medesimo scenario, un utile strumento di raccordo tra i diversi soggetti, non solo istituzionali, coinvolti in questa complessa vicenda, potrebbe essere il ricorso alla mediazione familiare.
La figura del mediatore familiare potrebbe essere inserita nell’equipe specializzata, appositamente formata, che accoglierà la donna che ha deciso di rivolgersi al progetto, mettendo a disposizione professionalità e competenze specifiche.
Chiaramente, il supporto di un servizio di mediazione familiare sarebbe utile alla donna qualunque sia la sua decisione.
Questo vale sia nel caso in cui la donna abbia scelto di partorire in anonimato, sia laddove abbia dei dubbi sul da farsi, oppure decida di tenere il bambino, ma risulti comunque bisognosa di supporto.
Infine, il mediatore familiare sarebbe di indubbia utilità nel momento dell’interpello, unendo la sua figura professionale alle altre due già presenti in questa sede, l’assistente sociale e lo psicologo.
Questi operatori informeranno adeguatamente la donna interpellata, dal figlio abbandonato, su quali sono i suoi diritti e la sua posizione in quanto madre biologica.
