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Pubbl. Mar, 28 Giu 2016
Sottoposto a PEER REVIEW

Nascere in Euro. Parte 4 di 4: Paradigma dell´economista? Non spacciarsi da profeta

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Saverio Setti
Dirigente della P.A.Ministero della Difesa


Analisi storica, economica e politologica dello sviluppo dell´Unione monetaria e dell’opposizione politica ad essa in due casi di studio: la Lega Nord ed il Movimento 5 Stelle.


Questo contributo fa parte di una serie di articoli di approfondimento sull'Euro: 

Parte 1 - “La democrazia è la forma politica del capitalismo”
Parte 2 - "È destino che la società libera sia più produttiva"
Parte 3 - "Bond, Eurobond"
Parte 4 - "Paradigma dell'economista? Non spacciarsi da profeta"

***

La Lega Nord

1. “A me dell’Euro non me ne frega niente”[1]

Uno dei punti fondamentali dell’atteggiamento politico della Lega Nord è certamente quello economico. Dunque deve esserlo, e lo è, anche per quanto riguarda l’integrazione europea.

Durante la prima fase del suo orientamento verso l’UE:

"La Lega, per sua intrinseca natura favorevole a mantenere l’economia del Nord attaccata il più possibile al “treno europeo” […] non tardò a legare il proprio genuino sostegno all’unione economica e monetaria – UEM – con le veementi richieste di un radicale cambiamento nel governo del Paese.[2] "

Non essendo ancora ben definita una politica che dovesse portare ad una moneta unica, la dialettica leghista era ancora basata sull’antimeridionalismo economico. Punto centrale della polemica era il fatto che in Nord operoso e produttivo stava mantenendo un Sud giudicato parassitario e dipendente dai sussidi statali, una zavorra che avrebbe impedito alle ricche regioni settentrionali di inserirsi felicemente nel contesto economico europeo di produttività e crescita.

È ovviamente dopo Maastricht che inizia la seconda fase e l’attenzione verso il sistema economico in senso europeo si fa più forte. Anche perché è anche sul piano economico che la Lega ha puntato gran parte della sua retorica elettorale all’inizio degli anni Novanta. Come si è visto, infatti, ad aggravare la crisi politica del ’92 si erano aggiunte le due pesanti svalutazioni della lira, cosa che aveva consentito a Bossi di tuonare contro la corruzione e la grave incapacità di gestione economico-finanziaria.

Nel 1994 l’euromanifesto della Lega recitava:

"I criteri di convergenza fissati da Maastricht devono rimanere l’obiettivo della nostra politica economica se non vogliamo essere esclusi dall’unione monetaria europea, che è qualcosa di irrinunciabile, tanto per completare il mercato comune finanziario che per risanare la nostra economia."

La strategia politica era chiara. Convinto che il Nord sarebbe certamente rientrato nei parametri d’ingresso dell’UEM, convinto che il Sud, e con esso l’Italia, non sarebbe riuscito a soddisfarli, Bossi avrebbe avuto modo di sfruttare il malcontento settentrionale, proponendo un ingresso della Padania nell’UE, aumentando il potenziale di ricatto della Lega.

Come si è visto, infatti, Bossi non accettava l’idea di una “Italia di serie B” nel contesto europeo: o si entrava subito o niente. Proprio sulla manovra finanziaria del 1994, che non andava certo nella direzione sancita dall’Europa[3], si consumò la spaccatura definitiva tra Lega e Forza Italia.

Anche all’opposizione il movimento di Bossi continuò a sostenere che l’Italia rischiava di rimanere fuori dall’UEM a causa dell’arretratezza economica delle regioni meridionali e delle precedenti cattive gestioni della finanza pubblica[4]. Il programma elettorale della Lega del 1996 recitava:

"Questo stato [l’Italia] non sarà in grado di rispettare i parametri di Maastricht e di offrire garanzie di stabilità monetaria […]. Se saremo esclusi dalla moneta unica dovremo affrontare tre cose: 1) svalutazione della lira, 2) a cui seguiranno lecite e comprensibili azioni difensive che renderanno molto più difficili le nostre esportazioni, 3) e questo genererà ulteriore svalutazione, disoccupazione e caos economico."

A sostegno di questa rivendicazione la Lega sottolineava il fatto che i parametri di convergenza di Maastricht riguardanti la scala statale fossero stati fissati tenendo conto di variabili economiche (come il PIL pro capite o il tasso di disoccupazione) che sono strettamente legate alla realtà regionale[5].

Il 1997 fu un anno particolarmente delicato per la linea di politica economica della Lega Nord. Pur continuando a dare per scontato il mancato ingresso italiano nella moneta unica, il partito dovette necessariamente farsi carico della protesta dei produttori di latte, soprattutto del Nord, per le ingenti sanzioni comminate da Bruxelles a causa delle eccedenze nella produzione. Era iniziata la terza fase. Al congresso straordinario del febbraio ’97 a Milano, Bossi diede avvio alla deriva euroscettica:

"Oggi il governo chiede alla Padania di fare sacrifici per entrare in Europa. Questa prospettiva rivoluzionaria verrà accelerata se l’Italia non riuscisse ad entrare in Europa, e lo può fare solo se verrà ammessa da tedeschi e francesi per convenienze politiche, non certo per aver rispettato le convergenze di Maastricht. Ma se anche riuscissimo ad entrare in Europa, la Padania sarebbe tecnicamente morta e non avrebbe la forza di competere con l’economia degli altri paesi dovendo mantenere uno Stato costosissimo a causa del mancato sviluppo del Sud […] in definitiva, noi domani dobbiamo scegliere se la secessione la vogliamo, perché se noi la vogliamo, la vorrà l’intera Padania.[6]"

La vis polemica è ancora una volta diretta contro lo Stato che «nasconde con trucchi contabili i debiti nel bilancio statale per entrare nella moneta unica europea senza rispettare i parametri di Maastricht.»[7]

L’ultimo progetto leghista sulla moneta unica fu presentato da Pagliarini, teorico economico della secessione, all’inizio del 1997[8]. La teoria, detta «Due Stati, Due monete», prevedeva che il Nord, separato dall’Italia, adottasse la moneta unica europea, mentre il Centro-Sud avrebbe mantenuto la lira, divisa che gli avrebbe consentito «una reale crescita economica a colpi di svalutazione competitiva». Questo approccio smentiva tutta la posizione leghista precedente, seconda la quale era vitale che l’Italia rispettasse in pieno i parametri di Maastricht per entrare nella terza fase dell’UEM. Chiaramente, se questo non fosse accaduto, l’arma della svalutazione competitiva sarebbe risultata non solo inutile ma anche dannosa. Per prima cosa perché avrebbe causato una pesante ritorsione da parte dei Paesi dell’area euro, che non avrebbero consentito una simile concorrenza sleale, aggravando il divario tra Italia ed Europa. In secondo luogo il nostro Paese si sarebbe trovato non solo ad avere un pesante squilibrio nella bilancia commerciale[9], ma anche ad avere posizioni debitorie aperte in euro (moneta forte) ed eccedenze creditizie in lire (moneta debole). L’unico modo per raccogliere liquidità sarebbe stato alzare i tassi dei titoli di debito, che comunque non avrebbero potuto essere superiori alla crescita del PIL e avrebbero aumentato esponenzialmente l’esposizione creditizia delle casse statali. Ma Pagliarini, beatamente, scriveva:

"Il Sud, che oggi non è competitivo e che terrebbe fuori dall’Europa anche la Padania, avrà tre vantaggi: a) La solidarietà, che ha sempre avuto, che non mancherà mai, ma che non è sufficiente. Perché se fosse sufficiente, oggi il Sud non avrebbe i problemi che ha; b) Più responsabilità, e questa è una cosa che possiamo dargli solo con la separazione consensuale in due del paese; c) E infine il grande vantaggio di una moneta svalutata, che consentirà di attirare turismo, capitali, di combattere la disoccupazione e di aumentare le esportazioni."

Quando, però, alla fine del 1997 fu chiaro a tutti che l’Italia aveva i conti in regola per entrare nell’UEM con il primo gruppo di Paesi[10], lo stato maggiore leghista fu preso in contropiede[11].

Il successo dello Stato aveva privato la Lega di una delle colonne portanti della pretesa secessionista. Bossi, allora, iniziò a scagliarsi violentemente contro la moneta unica.

"Quello che dobbiamo chiederci è cosa abbia pagato l'Italia per farsi accettare nell'Europa monetaria. Non l’oro, perché continua a perdere di valore. Non le lire. […] Resta allora l'ipotesi di un pagamento in merce […] in merce non prodotta in Padania per lasciare spazi economici per Francia, Olanda e Germania. [...] Le leggi finanziarie degli Stati si ridurranno ad un semplice fax inviato da Bruxelles dal Consiglio d'Europa […]. Con l'ingresso in Europa l'Italia non avrà più a sua disposizione la leva monetaria, […] gli resterà solo la leva fiscale e i quattrini dovrà toglierli maledettamente e subito dalle tasche dei cittadini, evidentemente aumentando la pressione fiscale. Numerosi sono i dubbi nei confronti dell’Europa.[12]"

L’approdo all’euroscetticismo fu un nuovo brusco stravolgimento della politica europea della Lega Nord, dunque si rese necessaria una capillare e continua informazione ai militanti al fine di spiegare perché, ciò che si era sostenuto con forza fin dal ’92, fosse all’improvviso divenuto argomento di opposizione.

Dalle colonne de La Padania, Pagliarini iniziò a scagliare continue invettive contro la moneta unica[13], rendendo le proprie posizioni di fatto simili a quelle del tanto criticato Martino.

Ai parlamentari europei fu data disposizione di votare contro l’introduzione dell’euro, cosa che avvenne senza defezioni[14], ma che non sortì altro risultato che quello di poter protestare contro una Bruxelles «verticistica e lontana» che aveva imposto l’euro. Dai banchi del Parlamento Europeo, Moretti affermò: «Con l’euro oggi muore il sogno di un’Europa federale»[15].

È da sottolineare, comunque, che la nuova linea dell’euroscetticismo trovò nella Lega alcuni outsider.

Il 2 maggio del 1998, durante una seduta del Parlamento Europeo, l’on. Farassino[16] dichiara:

Nella mia qualità di parlamentare europeo che ha sempre avuto come propria bandiera l’Europa dei popoli e l’Europa delle regioni, non posso che salutare con favore l’avvento della moneta unica, la prima grande e vera spallata alla sovranità degli Stati nazionali centralisti e nemici di ogni autonomia.[17]

Della stessa idea è il senatore Jacchia che, al congresso federale del marzo ’98, riconobbe l’ormai innegabile successo dell’Italia, prendendo atto che ogni linea politica futura della Lega avrebbe dovuto prendere atto della «realtà “Italia in Europa”». Non ci saranno, però, ulteriori defezioni ideologiche, infatti per tutti gli anni a venire il partito rimarrà compatto nell’osteggiare l’idea della moneta unica.

Il primo gennaio 2002 gli italiani cominciarono a battere sui loro convertitori, gentile cadeau dell’allora premier Silvio Berlusconi, il tasso di 1936,27 lire per un euro.

Il due gennaio Bossi assicura che la sfida per l’unità del Vecchio continente è già persa in partenza e che l’euro non è altro che una scelta calata dall’alto. Dunque la polemica contro l’esistenza stessa della moneta unica si intreccia con un tema che ben presto diverrà caro e ricorrente nella retorica leghista: il governo dei banchieri.

Il 2002 è anche una data importante per la globalizzazione dei mercati, perché segna l’ingresso della Cina nel WTO. La Lega levò a gran voce la richiesta dell’adozione di misure fortemente protezionistiche. È interessante notare come, in questo frangente, il partito di Bossi tenda a schierarsi a favore dell’Unione Europea, di cui sono lodati i principi di preferenza comunitaria e dei dazi doganali anti concorrenza sleale[18]. Ancora una volta si noti come non è contro l’economia europea in generale che è rivolta la polemica, ma contro alcuni aspetti ritenuti causa di danno per la base elettorale del movimento.

La posizione attuale della Lega Nord sulla questione dell’economia europea viene resa pubblica nel 2004:

L’euro, l’apertura incontrollata dei mercati, […] la soppressione dei dazi doganali, il mancato controllo delle frontiere, […] l’inadeguata tutela dei prodotti tipici e della proprietà intellettuale, l’allargamento a Est, il tentativo testardo dell’Unione di interpretare rigidamente il patto di stabilità monetaria da parte dei paesi membri, la rigidissima disciplina imposta agli aiuti di Stato, la sovra-regolamentazione: queste le cause del dissesto che l’Unione europea ha provocato alle imprese padane.[19]

La svalutazione monetaria dovuta anche all’introduzione dell’euro era vista come una crisi da parte dell’establishment leghista, ignaro del fatto che proprio allora gli spettri della vera crisi stavano aleggiando sulla Lehman Brothers.

Nel luglio 2005, durante un intervento dell’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi al Parlamento Europeo, l’on. Borghezio si rese protagonista di una forte contestazione[20] contro l’introduzione, tre anni prima, dell’euro. Circa un mese dopo questi fatti, la segreteria politica federale della Lega emette il documento Sintesi posizioni Lega Nord sull’Unione Europea[21]. In questa circolare interna si vedeva nell’euro «il motivo fondante della crescita incontrollata dei prezzi» e del conseguente crollo di potere di acquisto. Al fine di calmierare questo effetto la Lega proponeva di istituire la banconota da 1 euro. In questo modo si sarebbe aumentato il valore percepito della moneta, abbassando l’indice medio dei prezzi al consumo.

Per tutta la XV Legislatura, trovandosi all’opposizione, la Lega mantenne alto il livello della polemica anti-euro. Nel febbraio 2008[22], l’euro è ancora colpevole degli «enormi guasti economico-sociali» insistenti nel tessuto italiano. Tant’è che l’intenzione era quella di promuovere un referendum  per la reintroduzione della lira.

Nel corso della Legislatura successiva, e nonostante la crisi del credito stesse infuriando, la Lega mantenne una linea di depoliticizzazione massiccia della questione euro, questo ad ulteriore conferma di quanto già espresso sulla coerenza di voto.

Tutto però è cambiato con la caduta del governo Berlusconi e l’avvio dell’esecutivo tecnico, contro cui la Lega si è sempre scagliata perché «non eletto ed irresponsabile».

L’atteggiamento del movimento, in questo particolare frangente si può dividere in due correnti di pensiero.

Una prima, che si può definire «realista», prende in esame le cause attuali e concrete della crisi e tenta di darne una risposta fattiva. Un esempio può essere la mozione della sezione di Lodi[23] che, analizzando la situazione finanziaria dell’impresa diffusa tipica della zona, conclude, felicemente, che l’unico modo per superare l’attuale congiuntura sia l’apertura maggiore di linee di credito. Il, pur breve, documento evidenzia come il rischio di un credit crunch non avrebbe altro effetto che «rafforzare il capitale delle banche», riducendo la capacità delle imprese di agire sul mercato, essendo impossibilitate al reperimento di liquidità. L’obiettivo è, dunque, «assicurare la costante erogazione del credito» che comunque viene fornito alle banche dalla BCE a tassi fortemente agevolati. Sempre riconducibile alla corrente «realista» è la proposta di una maggiore e più attenta «verifica delle posizioni debitorie» da parte di Equitalia[24]. L’agenzia di riscossione, cui verrebbe imposta una moratoria annuale, sarebbe inconsapevole motore di ripresa per le piccole e medie imprese.

Una seconda corrente di pensiero, «idealista» tenta di risolvere la crisi attraverso prese di posizione e critiche ideologiche difficilmente realizzabili in concreto ed è la più diffusa.

Nel novembre 2011[25], Bossi riprende l’idea della secessione, puntando ad una «Padania con moneta forte», contrapposta ad un «Sud come la Grecia» e definendo l’euro «un errore storico». Secessione, riporta il sito del movimento, che sarebbe già stata presa in favorevole considerazione dalla Germania[26].

Di stampo nettamente complottista sono, poi, le dichiarazioni di Borghezio[27] secondo cui non solo l’euro, ma anche la crisi economica sarebbero progetti occulti del gruppo Bilderberg o della Commissione Trilaterale.

Un’ultima, provocatoria, presa di posizione è del gennaio 2012. Convinto che l’euro collasserà a causa della crisi economica, Bossi compie un’inversione che lo riporta alle posizioni del 1996[28]

Quando la moneta unica si scioglierà – ha dichiarato – al posto dell’euro non ci sarà ancora la lira, ma la Padania si farà la sua moneta, perché il Nord non deve tornare a mantenere tutti questi furfanti.[29]

Tratto comune di tutte le dichiarazioni d’intenti di quest’ultima corrente è l’uscita da parte del nostro Paese dal SEBC. Ad esso, infatti, la Lega addossa le colpe del rallentamento del PIL e l’aumento del tasso di disoccupazione. All’inizio di febbraio, infatti, Borghezio chiedeva, contraddicendo quanto poco prima sostenuto da Bossi, un «salvifico ritorno alle valute nazionali»[30].

Non ci sono né Roma né Francoforte nel destino della Padania.

Il Movimento 5 Stelle

2. “Grazie a Dio siamo in default!”[31]

Una delle colonne portanti del sistema di riforme proposte dal MoVimento 5 Stelle è certamente l’economia[32]. La vis polemica parrebbe dividersi in due tematiche principali: contro il governo delle banche e contro l’euro.

Il retroterra cognitivo in campo economico risulta, però, piuttosto povero.

A partire dalla base. Grillo, in gran parte dei suoi spettacoli[33], presenta al pubblico il signoraggio come se fosse un’operazione truffaldina nascosta. Il sistema di riserva frazionaria e di signoraggio è però pienamente alla luce del sole, tanto poter essere trattato nella prima parte del presente scritto.

Durante uno spettacolo del 2007, l’analisi del debito pubblico era piuttosto semplicistica:

Ci rompono le palle con questo debito pubblico! Ma se c’è un debitore c’è anche un creditore! Ma allora a chi dobbiamo questo debito pubblico? A noi? Ma allora diciamo che siamo in pari ed è finita.[34]

La linea di pensiero[35] è che qualora il titolo di debito pubblico fosse in massima parte di proprietà di investitori nazionali, investitori stranieri non potrebbero avanzare richieste sul nostro debito sovrano. Ad una visione più approfondita è evidente che l’assolvimento di un obbligo pecuniario è indistintamente applicabile, dunque assume rilevanza non certo il destinatario del pagamento, quanto il pagamento stesso. È inoltre rilevabile come un ostacolo, in atto o in potenza, ad un acquisto da parte di stranieri sia contrario al diritto dell’Unione[36] e che una legge nazionale che tentasse di opporre tale ostacolo non sarebbe applicabile, in virtù del principio di prevalenza comunitaria.

La mancanza di basi solide in ambito economico diviene ancora più evidente quando, nel contesto delle campagne elettorali per le amministrative 2010[37], l’obiettivo è politicizzare comparti specifici quali i prodotti finanziari derivati[38].

Nel novembre di quell’anno Grillo scrive:

Derivati, futures, BOT, CCT, swap: uno compra una cosa che non esiste da un'azienda che non c'è ancora e con i soldi che non ha.[39]

Volendo essere specifici, BOT e CCT non sono prodotti derivati; i futures hanno fine di copertura finanziaria su merci soggette a variazioni ad indicizzazione dei prezzi molto variabile; gli swap sono semplici scambi di cash-flow, con obiettivi di hedging, arbitraggio o compravendita al valore. Una mancanza di approfondimento di questa portata non deve, comunque, portare a conclusioni semplicistiche. Parrebbe evidente che la critica non sia ai prodotti economici in sé, tanto più che la loro volatilità è ben nota, dunque le perdite sofferte da molti investitori sono dovute all’assunzione – cosciente o meno – di rischio d’investimento.

La critica è quindi rivolta a quella che Grillo chiama, con riferimento orwelliano, la neolingua[40]. In sintesi il linguaggio tecnico della finanza sarebbe null’altro che il metodo attraverso cui le banche derubano, «inconsapevolmente, ma legalmente», il cittadino[41].

L’attacco indiscriminato al sistema bancario discende da una sua visione di tipo populista e complottista. Nel 2007 Grillo annunciava ai suoi:

Noi siamo in mano a delle cose che non pensiamo neanche che esistano: Fondo Monetario! Banca Mondiale! Gente che deciderà a diecimila kilometri che razza di acqua dovremo bere nel prossimo decennio. Non sapremo mai chi sono, questi![42]

La polemica contro le banche si sostanzia in una continua altalena tra toni più circostanziali ed aderenti alla realtà:

A cosa servono le banche? A favorire lo sviluppo delle imprese e del territorio. Ora sono autoreferenziali, scollegate dall'economia reale e da una visione del futuro (cos'è un investimento in un'impresa se non una scommessa sul futuro?). Le banche devono ritornare al servizio dello sviluppo e dello Stato.[43]

E proclami al limite tra il populismo e l’irrealizzabile

Sarà guerra civile, ora basta! Rifiutiamo il debito, rifiutiamo le speculazioni. Sono le banche a dover fallire, non le famiglie! E li processeremo tutti, non li lasciamo mica andare via.[44]

In sostanza, prendendo come esempio la cosiddetta rivoluzione islandese[45], la proposta di Grillo è di nazionalizzare l’intero sistema bancario[46]. Si tratta di una proposta, tuttavia, realizzabile solo in presenza di uno Stato in grado di assorbire economicamente tutta la struttura bancaria, condizione difficilmente soddisfabile in virtù dell’attuale congiuntura economica[47].

L’attenzione polemica di Grillo acquista maggior forza quando mette in evidenza la connivenza tra potere economico e potere politico[48]. In particolare oggetto della – a mio parere giustificata – ostilità sono le banche commerciali che, forti delle operazioni di rifinanziamento principale della BCE, preferiscono investire in titoli di debito sovrano in subordine alla concessione creditizia, data a tassi penalizzanti.

La causa di questa connivenza sarebbe dovuta al fatto che una parte non marginale dei posti di responsabilità economico-finanziaria nell’UE siano occupati da ex dirigenti o collaboratori del gruppo Goldman Sachs[49] una delle più grandi banche d’affari del mondo, da cui provengono anche tre segretari al Tesoro e molti dirigenti governativi statunitensi[50]. L’influenza dell’istituto bancario è profonda nell’intero sistema economico mondiale, profonda è anche la sua responsabilità per la conduzione di politiche economiche fortemente rischiose, che hanno condotto all’attuale difficile situazione finanziaria[51]. Facile, quindi, per Grillo politicizzare il tema del sospetto e del complotto per veicolarne il malcontento, trasformandolo in flusso di voti

È chiaro, allora, che una visione dilettantistica della finanza è la più comprensibile, anche considerando le modalità espositive ed il bacino dei riceventi. Una riforma profonda del sistema bancario è senza dubbio necessaria, così come condivisibili possono essere gli obiettivi finali proposti, ma ciò in cui il movimento, allo stato,  in questo specifico campo latita è, senz’altro, la competenza tecnica.

La polemica contro il governo dei banchieri[52] si estende, comprensibilmente, alla moneta unica. Nonostante nel programma non sia riportata chiaramente, l’avversione verso l’euro è stata oggetto di dichiarazioni e di pubblicazioni, pubblicizzate sul blog o presentate da sezioni periferiche del movimento. Tali pubblicazioni possono, dunque, essere considerate come espressione della linea politica del MoVimento 5 Stelle. 

Diversamente dalla Lega Nord, i grillini hanno sempre dimostrato un atteggiamento critico nei confronti dell’euro; ciò che è cambiato nel tempo e nello spazio territoriale è la forza della contrarietà.

Se, però, durante tutte le campagne elettorali per le amministrative e gli spettacoli passati, la polemica contro l’euro era abbozzata e poco circostanziata, è nel 2012 che la moneta unica diviene un obiettivo di lotta chiaro.

È infatti il 21 aprile di quest’anno, nel pomeriggio antecedente il comizio per le amministrative di Parma, che sul blog compare il primo post chiave: Euro: mission impossible[53]. Oggetto di critica sono ancora le banche ed il debito pubblico, ma nella parte finale del comunicato, Grillo scrive:

Diminuire gli interessi sul debito nel medio termine e la contemporanea emissione di nuovi titoli di Stato a basso/medio rendimento sono una "mission impossible". Il ricatto è sempre il solito, se non si prosegue su questa strada si esce dall'euro. Ma dall'euro siamo già usciti, l'euro non rispecchia più il valore della nostra economia, al massimo il 60%. Uscire dall'euro non deve essere un tabù.

La prima proposta di non considerare più l’euro come un dato di fatto immodificabile del sistema economico viene accolta favorevolmente dagli iscritti al blog[54].

Il 27 aprile, sempre sul blog, nuovo affondo:

Si può rimanere tranquillamente nella UE senza rinunciare alla propria moneta. […] E' necessario un piano B nell'eventualità che si debba tornare alla lira. Non si tratta di essere ostili in principio all'euro, ma di poterselo permettere.[55] 

Il rifiuto dell’euro non è dunque, pregiudiziale, ma è considerato una base su cui sviluppare, all’interno del contesto europeo, nuovi e più giusti sistemi di garanzie sociali[56].  In breve, l’analisi di Grillo compara, nel contesto dei ventisette, i Paesi che adottano l’euro con quelli in cui il corso legale è la divisa nazionale. Egli mette in evidenza come questi ultimi «non sono in default», suggerendo dunque che la miglior condizione economica si raggiungerebbe mantenendo la partecipazione italiana all’Unione in senso politico, ma divergendo dalla politica economica[57]. L’Italia sarebbe quindi obbligata a rimanere parte del SEBC dai «banchieri: esorcisti al contrario». Dovrebbero essere loro, e non l’euro, ad essere condannati.

L’affondo finale giunge il 10 maggio[58] quando Grillo dichiara che «l’euro è un cappio al collo» e che è necessario abbandonare la moneta unica e tornare alla lira. Secondo il leader del movimento l’Italia potrà svalutare «la cara vecchia lira del 40-50%», cosa che dovrebbe rendere competitive le esportazioni.

Ma che al contempo, cosa che Grillo non considera, renderebbe gravemente penalizzanti le importazioni, in primis quelle petrolifere, necessarie alla produzione del nostro Paese, non ancora in grado di reggersi sul rinnovabile. I costi delle materie prime graverebbero necessariamente sul consumatore finale, che si vedrebbe ulteriormente ridotto il potere di acquisto perché la lira, nel mercato internazionale dei cambi, non potrebbe certo vantare un qualunque peso.

Se questa è la posizione ufficiale di Grillo, i militanti del MoVimento 5 Stelle non hanno ancora definito una strategia chiara o una netta e determinata contrapposizione e, alla data attuale, la futura posizione programmatica è oggetto di discussione nei forum e sul blog[59].

È fuor di dubbio, comunque, che l’atteggiamento verso l’euro, se non proprio contrario, sia almeno di forte perplessità. È da rilevare, inoltre, che non tutti i presidi territoriali hanno politicizzato la issue, la maggior parte si è concentrata su politiche comunali[60].

Altre sezioni del movimento hanno profuso grandi risorse cognitive nella politicizzazione della exit strategy. Un esempio è il MoVimento 5 Stelle Piemonte che per dare più forza al suo messaggio è riuscito ad ottenere una collaborazione con Latouche [61]. Quest’ultimo ha sostenuto che «usciremo tutti dall’euro per amore o per forza». La posizione della sezione piemontese del movimento si può riassumere, in breve, come segue. L’integrazione economica avrebbe dovuto necessariamente seguire quella politica. Alla data attuale l’euro non è che lo specchio del marco tedesco, cosa che rende l’intera economia europea in qualche modo asservita a Berlino. Questa situazione è effetto dell’accordo dei partiti, che trovano più conveniente non modificare il sistema. Simile posizione è espressa dalla sezione di Reggio Calabria, che si è avvalsa della collaborazione di Paolo Becchi[62].

È ancora il movimento piemontese che ospita, promuove e acquisisce come posizione ufficiale[63] la pubblicazione Liberiamoci dall’euro[64].

Il testo critica aspramente la riforma della governance europea approvata il 25 marzo 2011, poiché garantirebbe agli organismi di Bruxelles una forte capacità di orientamento delle politiche economiche degli Stati nazionali, dunque minacciando la sovranità statale in campo economico. Si tratta di una visione estremizzata degli accordi, perché, ad esempio, lo strumento fiscale rimane ancora saldamente sotto il controllo statale. La critica alla moneta unica parte dalla considerazione[65] che le misure che si renderanno necessarie per il rispetto dei parametri europei possono essere paragonate a quelle adottate in seguito all’uscita dallo SME per entrare nell’euro con il convoglio di testa[66]. La fondamentale differenza è che queste ultime sono state adottate per tempi relativamente brevi, mentre le misure di contenimento congiunturale di oggi devono necessariamente essere dilatate nel tempo, «con la conseguente obbligata rinuncia ad esercitare un’azione di stimolo sull’economia». Una contemporanea diminuzione del debito e del PIL, quindi, potrebbe causare una costante nel loro rapporto o, addirittura, un suo allargamento.

Secondo il MoVimento 5 Stelle Piemonte, il ruolo del nostro Paese

Sarà probabilmente quello di fornire una riserva di forza lavoro dequalificata e sottopagata; di fungere da discarica per i rifiuti della parte più forte dell’Europa, e da fornitrice di servizi finanziari occulti tramite le nostre mafie.[67]

Tra le soluzioni presentate, quella che risulterebbe meno dannosa per l’economia nazionale.

La conclusione diventa inevitabile: […] occorre uscire dall’euro e dall’UE. […] Il permanere nella moneta unica comporta la degradazione irreversibile del tessuto civile del paese.[68]

Secondo questa sorta di manifesto anti-euro, il permanere del nostro e di altri Paesi nel SEBC consentirebbe alle classi dominanti di addossare ai ceti subalterni i costi della crisi economica. Inoltre, posto che l’Italia mostra da tempo un andamento negativo per alcuni fondamentali indicatori economici, come il PIL, la condivisione di un’unità monetaria con economie più forti e competitive sarebbe un grave svantaggio.

Ancora una volta, però, mancano indicazioni oggettive e precise su quanto dovrebbe accadere e sulle misure da adottare per minimizzare tutti gli effetti negativi che l’abbandono dell’euro comporterebbe per l’economia reale. Il volume presenta solo una breve e molto generale lista «a titolo puramente indicativo»[69], arrivando addirittura ad auspicare la «temporanea limitazione delle quantità di denaro prelevabile dai conti correnti».

Sul piano economico, dunque, buona parte del MoVimento 5 Stelle rivendica la sovranità nazionale di operare senza condizionamenti scelte finanziarie e monetarie.

Compresa la possibilità di optare per misure protezionistiche per salvaguardare il mercato interno, al fine di rompere il circolo vizioso della concorrenza globale.[70]

Com’è evidente si tratta di prospettive irrealizzabili. Di diritto, perché contravvenenti all’articolo 3 del TFUE inerente la libera circolazione delle merci. Di fatto, perché isolarsi dalla globalizzazione, considerando tra l’altro che l’Italia non dispone di materie prime in grado di reggere il confronto con l’estero e che non conviene nemmeno al mercato interno interrompere linee di produzione semi-delocalizzate, è impossibile.

 

Note e riferimenti bibliografici

[1] U. Bossi, riportato da «La Stampa» del 31 dicembre 2011, articolo di M. Alfieri, L’euro 10 anni dopo, una promessa mantenuta a metà disponibile qui.
[2] M. Piermattei, Europeisti…cit., p. 196.
[3] Il testo completo della legge è disponibile qui. La legge introduceva un buon numero di tagli alla spesa pubblica, che però non erano controbilanciati da efficienti politiche di rilancio dell’economia.
[4] M. Piermattei, Europeisti…cit., p. 180.
[5] Ivi, p. 181.
[6] Intervento del segretario federale On. Umberto Bossi, in «Filodiretto», III, n. 2/97, pp. 5 e 9. A conferma di ciò le parole di Pagliarini: «se [l’Italia] sarà esclusa sarà una tragedia per l'economia, perché significherebbe disoccupazione, tensioni sociali, aumento del potere della malavita, ecc. Rimanendo comunque unita sarà sicuramente esclusa dall'UM [unione monetaria] perché non ha una possibilità su un milione di rispettare i parametri di Maastricht. Se verrà ammessa (supponendo un miracolo) nell'UM non entrerà un paese, ma ne entreranno due, una è la Padania, competitiva con il resto dell'Europa, uno è il Sud, che non è competitivo (perché mancano infrastrutture, mancano le imprese, manca la cultura imprenditoriale). Ci troveremo che in Padania le imprese continueranno a pagare circa il 65-70% di tasse per mantenere i consumi e la qualità della vita del Sud, che continuerà - essendo non competitivo- a consumare ricchezza invece di generarla, rispetto alle società europee che pagheranno il 35% di tasse sui loro utili.», Sintesi della tesi di Giancarlo Pagliarini al III Congresso Lega Nord Milano 14-15-16 febbraio 1997, disponibile qui.
[7] Cronistoria della Lega Nord sul sito della sua sezione romagnola, raggiungibile qui.
[8] Articolo dal titolo Perché la secessione fa bene anche al Sud su «La Padania» del 14 gennaio 1997. Il testo è disponibile qui.
[9] Una lira svalutata avrebbe causato un’impennata dei prezzi d’importazione che non sarebbe stato possibile calmierare con l’export. L’aumento dei prezzi alle importazioni avrebbe avuto importanti effetti inflattivi (si pensi al costo dei carburanti), diminuendo nettamente il potere d’acquisto della lira.
[10] All’inizio del 1998 il ministro delle Finanze, Carlo Azeglio Ciampi, annunciò che non solo l’Italia era in grado di rispettare il vincolo deficit/PIL del 3%, ma che il rapporto reale al 31 dicembre 1997 era del 2,7%.
[11] Gentilini non concorda con questa affermazione.
[12] Intervento di Bossi al Congresso Federale Straordinario della Lega Nord, Milano, 29 marzo 1998, disponibile su http://www.leganord.org/segretariofederale/discorsi_assemblee/1998_28marzomilano.pdf.
[13] Alcuni di questi articoli si trovano qui.
[14] R. Biorcio, La rivincita…cit., p. 27.
[15] «L’onnipotenza dei governi ha partorito l’euro ma non vuole costruire l’Europa della gente (…) oggi si celebra la vittoria del grosso capitale sovvenzionato, la vittoria dei potentati economici», On. L. Moretti, Discussioni al Parlamento europeo, 2 maggio 1998, Supplemento al Bollettino CEE, n. 4-518/139.
[16] Cantautore dialettale e tra i primi sostenitori dell’autonomia piemontese, nel 1987 aveva creato il movimento Piemont Autonomista, composto dai fuoriusciti di Union Piemontéisa. Entrato con il suo partito nella Lega Nord, è eletto al PE nel maggio ’94.
[17] Citato in M. Piermattei, Europeisti…, cit., p. 349.
[18] Si veda la parte inerente le misure antidumping del programma della Lega per le elezioni del 2008, disponibile qui.
[19] Euromanifesto della Lega Nord del 2004, p. 11.
[20] Al grido di «Padania libera!», si veda l’articolo di G. Saracina, Ciampi contestato a Strasburgo, leghisti espulsi  «Corriere della Sera» del 6 luglio 2005, disponibile qui.
[21] Prot. N. 00440/2005/RM/6
[22] Sintesi disponibile qui.
[23] Consultabile qui.
[24] Notizia riportata qui.
[25] Bossi e l’euro: «Un errore storico», articolo ne «Il Corriere della Sera» del 6 novembre 2011, disponibile qui.
[26] Si veda l’articolo I tedeschi guardano alla Padania, disponibile qui.
[27] Seduta del Parlamento Europeo dell’11 novembre 2009, parte della quale è disponibile su YouTube. Una conferenza stampa sull’argomento è disponibile su YouTube.
[28] Nell’opinione di chi scrive si tratta di un “ritorno alle origini” strumentale. Sarebbe, infatti, un modo per segnare una discontinuità agli occhi dei militanti dopo la grave crisi conseguente allo scandalo sull’uso privato di fondi pubblici.
[29] Per l’articolo di «Leggo» del 12 dicembre 2011, Bossi attacca Berlusconi e il colle  si veda qui.
[30] Aggiungendo: «l’unica soluzione possibile per il nostro Paese è proprio quella di uscire dall’unione monetaria. […] Noi della Lega chiediamo alla Commissione, al Consiglio e ai Governi di prendere queste decisioni: 1) creare monete nazionali in ciascun Paese della zona euro, scambiando un euro contro un’unità di tale nuova moneta (sic!); 2) definire di comune accordo le parità monetarie per ristabilire condizioni normali di scambio; 3) incoraggiare gli stati membri a mantenere immutati i prezzi». Chiaramente tutto questo è del tutto impossibile. L’intera intervista è disponibile su YouTube.
[31] Dichiarazione di B. Grillo al programma Piazza Pulita del 2 dicembre 2011. Nello stesso articolo aveva definito il ruolo dei parlamentari europei: « I nostri partiti ci mandano i bolliti. Vanno lì una volta ogni tanto e non contano niente» con chiaro riferimento alla caratteristica di second order election.
[32] Cui è dedicata un’intera parte del programma, pagg. 90-98. Queste pagine, però, mostrano punti programmatici limitati alla politica economica strettamente interna. Si noti, tra l’altro, che alcune sono irrealizzabili in quanto contrastanti con il diritto dell’UE.
[33] Un esempio è disponibile su YouTube. Nella stessa occasione, descrivendo quello che dovrebbe fare uno Stato per contenere l’inflazione, spiega: «i soldi ci servono per lavorare […]. Ce ne sono pochi? Ne stampo un po’ e li metto in circolazione. Ce ne sono molti? Ne brucio un po’». La BCE e le altre banche centrali già immettono e tolgono liquidità dal sistema, nei modi considerati nella prima parte dello scritto.
[34] Ancora peggio: «L’oro, se messo in una banca, non è ricchezza!»
[35] Confermata anche in occasione delle ultime elezioni amministrative, durante il comizio a Sassari. Parte di quella registrazione, inerente il debito pubblico, è stata proposta dalla puntata di Agorà del 27 aprile 2012 ed è disponibile qui.
[36] Artt. 63-66 del TFUE disciplinanti la libera circolazione dei capitali e dei pagamenti.
[37] Si veda la registrazione del comizio tenuto a Desio il 24 marzo 2010, disponibile su YouTube.
[38] Definiti da Grillo: «formule matematiche per piazzartelo senza vaselina», registrazione dell’intervento disponibile a questo link.
[39] Libro allegato al DVD Grillo is back, p. 116.
[40] Si veda il post La Neolingua Italiana a questo link.
[41] Nella citata puntata di Agorà il comico, in proposito, dichiarava: «Parliamo di spread, default e derivati. Parole di questa neo-lingua che non sappiamo neanche che cosa sono. Che cosa vogliono dire. Con queste nuove parole ce lo mettono a quel posto.»
[42] Dallo spettacolo Apocalisse morbida.
[43] Post Nazionalizziamo le banche, disponibile qui.
[44] Comizio tenuto a Desenzano del Garda (BS) il 18 aprile 2012 in occasione delle amministrative, parte della trascrizione è disponibile qui.
[45] Una serie di manifestazioni conseguenti alla bancarotta del Paese che, nel 2008, hanno portato alla nazionalizzazione di molti istituti di credito e all’arresto di molti dei responsabili del dissesto finanziario.
[46] Il flash dell’agenzia AGI del 30 maggio 2012 è disponibile su AGI. Si noti che la proposta era stata avanzata nel 2009 già dall’allora Presidente del Consiglio Berlusconi; l’intervento a SKY è disponibile su YouTube. Degno di nota è anche il fatto che, in tempi recenti, anche Forza Nuova ha avanzato la stessa proposta, a dimostrazione della similarità di vedute in campo economico tra movimenti antiestablishment (Cfr. la Video inchiesta de «il Fatto Quotidiano» del 29 ottobre 2011, disponibile su YouTube).
[47] A tal proposito è intervenuto sul «Wall Street Journal» William Isaac, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation, che, nel 1984, ha nazionalizzato la Continental Illinois Bank (Cfr. editoriale del «Wall Street Journal» Bank nationalization isn’t the answer del 24 febbraio 2009, disponibile su WSJ). In breve egli spiega come l’acquisizione delle attività bancarie sarebbe enormemente onerosa da parte di qualunque Stato, tanto più in difficoltà di bilancio. Si tenga anche presente che la nazionalizzazione non potrebbe essere limitata ad una o due banche, ma dovrebbe necessariamente essere estesa all’intero sistema, al fine di coprirsi dalla speculazione.  Pertanto tutti i vantaggi, sostenuti dal prof. Pasquinelli (Cfr. Nazionalizzare le banche e poi cancellare il debito pubblico ne «il Fatto Quotidiano» del 18 agosto 2011, disponibile a questo link), quale, ad esempio, lo spostamento a bilancio da debito a credito, sono realizzabili solo quando lo Stato è economicamente tanto forte da poter intervenire. In caso contrario la ricapitalizzazione del sistema bancario mediante una spesa in deficit avrebbe l'effetto di tassare i cittadini due volte: una con una "tassa da inflazione" derivante non dal trasferimento di denaro da cittadini a banche, ma dall'iniezione di nuova liquidità nel sistema; una seconda, diretta, derivante dall'aumento del debito pubblico e della pressione fiscale per ripagare questi interventi. Si evidenzia, poi, come le politiche alla concorrenza dell’UE e la disciplina sugli aiuti di Stato (artt. 101-109 del TFUE) rendano queste operazioni praticamente impossibili. Ferma restando, però, la convinzione che chi ha commesso illeciti debba essere perseguito certamente ed in tempo utile.
[48] Si veda il post L’Europa della Goldman Sachs del 27 gennaio 2012, disponibile a questo link.
[49] Alla data attuale i più noti sono M. Monti, presidente del Consiglio dei Ministri, M. Draghi, Ppresidente della BCE, L. Papademos, ex primo ministro greco, P. Christodoulou, capo della task force di controllo sul debito greco, A. Borges, ex direttore del Dipartimento Europa presso il Fondo Monetario Internazionale, P. Sutherland, procuratore generale d’Irlanda, K. Van Miert, commissario europeo e O. Issing, consigliere della BCE.
[50] J. Snow, R. Rubin ed H. Paulson.
[51] Oltre ad avere importanti responsabilità nella crisi subprime, nel settembre 2009 ha ideato un particolare tipo di CDS che, grazie ad un trucco contabile, ha mascherato la difficile situazione economica della Grecia. Si veda l’articolo di J. Aversa Fed chief: We’re looking into firms betting on Greek default in «USA Today» del 25 febbraio 2010.
[52] «I politici sono i maggiordomi dell’economia parassitaria o mafiosa o della combinazione della prima con la seconda» B. Grillo, A riveder…, cit., p. 7.
[53] Disponibile a questo link.
[54] In cinque giorni risultavano 1103 commenti.
[55] Post Il tabù dell’euro, del 26 aprile 2012, disponibile a questo link.
[56] Si veda la registrazione di parte del comizio tenuto a Grugliasco (TO) il 2 maggio 2012 disponibile su http://www.youtube.com/watch?v=wKA07FWockU.
[57] Grillo dimentica che anche Paesi che hanno adottato l’euro non hanno problemi di solvibilità, dunque non si può addossare alla moneta unica la causa dell’eventuale – e remota – insolvenza.
[58] Si veda il flash dell’edizione on-line de «il Sole 24 Ore», disponibile a questo link.
[59] Su cui è presente il thread Uscire dall’euro a questo link, così come è presente il thread Non dobbiamo uscire dall’euro, a questo link.
[60] Ad esempio le sezioni di Verona e di Treviso non hanno fatto cenno alla questione durante i colloqui avuti con chi scrive. In risposta a domanda diretta hanno mostrato dubbi per il futuro dell’euro, ma senza offrire prospettive od analisi concrete.
[61] L’intervista è disponibile a questo link.
[62] Docente di filosofia del diritto ed autore di Il principio di dignità umana, Brescia, Morcelliana, 2010. L’intervista è disponibile su http://www.movimento5stellereggiocalabria.org/dobbiamo-uscire-dalleuro-adesso-intervista-a-paolo-becchi/. Tra le altre sezioni attive contro l’euro si annoverano certamente  quella di Trieste e quella di Cormano (MI).
[63] Tanto che l’intera registrazione della presentazione del testo è disponibile sul canale ufficiale di Youtube all’indirizzo YouTube.
[64] M. Badiale e F. Tringali, Liberiamoci …, cit.
[65] In accordo con quanto sostenuto dalla Corte dei Conti nella Presentazione del Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, disponibile a questo link.
[66] I magistrati della Corte hanno evidenziato: «Le simulazioni presentate nel Rapporto segnalano, a tal riguardo come, con l’ipotizzata continuazione di tassi di crescita molto modesti, il rispetto dei nuovi vincoli europei richieda un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni novanta, per l’ingresso nella moneta unica».
[67] M. Badiale e F. Tringali, Liberiamoci…,cit. p. 14.
[68] Ivi, p. 24.
[69] «Programmi di austerità sui beni importati e misure di protezione delle industrie esportatrici». Ivi, p. 25.
[70] Ivi, p. 28.