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L´esperienza dei totalitarismi nel XX secolo ed il Fascismo, recensione di testi critici.
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Pubbl. Ven, 29 Mag 2020

L´esperienza dei totalitarismi nel XX secolo ed il Fascismo, recensione di testi critici.

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autore Giovanni Cannetti



Il fenomeno del totalitarismi si presenta come uno degli elementi di maggior rilievo del panorama politico e sociale europeo del ventesimo secolo in quanto determina una forma integralmente nuova di organizzazione della convivenza civile e di assetto delle istituzioni. Le due esperienze storiche che più nettamente compendiano il significato dell’espressione “Stato totalitario” sono il comunismo sovietico e il nazismo tedesco. Il presente elaborato si pone l’intento di “dipingere”, senza pretesa di esaustività ed attraverso il rinvio ad alcuni autorevoli contributi e saggi di argomento storiografico , il quadro del dibattito sulla classificazione dell’esperienza dello Stato fascista nell´ambito del “modello” dello Stato totalitario.


SOMMARIO

  1. Guida alla lettura
  2. Fascismo come religione politica secondo E. Gentile
  3. L'assetto istituzionale fascista: lettura critica di L. Paladin
  4. Italiani carnefici: rivisitazione del ruolo italiano nell'Olocausto di S. L. Sullam
  5. Guerra e nemico per C. Galli

1. Guida alla lettura

I testi qui recensiti sono stati posti  e collegati tra loro all'interno di una cornice ideale di pensiero, composta da tre linee portanti: la classificazione del “modello” dello Stato totalitario, i dibattiti storiografici relativi all’interpretazione del fascismo italiano come totalitarismo e le diverse interpretazioni e applicazioni del concetto di totalitarismo a determinate vicende storiche italiane e tedesche nel fascismo e nel nazismo

Il primo degli scritti preso in esame è quello, celebre, di Emilio Gentile, “Il Fascismo come religione politica”, inizialmente pubblicato in Journal of Contemporary History tra Maggio e Giugno 1990, poi confluito insieme ad altri saggi pubblicati nell’opera “Fascismo. Storia e interpretazione” per la prima volta nel 2002 da Editori Laterza. Segue poi l’analisi critica della voce enciclopedica “Fascismo” del 1967 a cura di Livio Paladin, nel quale viene fornita un’utilissima ricostruzione sull’assetto giuridico - istituzionale del regime fascista. Successivamente, l’attenzione è ricaduta sullo scritto del Prof. Simon Levis Sullam, il quale ritorna sul tema del falso mito degli “italiani brava gente”, in questo caso contestualizzato all’antisemitismo e le persecuzioni della popolazione di religione ebraica prima e dopo la Repubblica Sociale Italiana. Infine, si è esaminato il contributo di Carlo Galli, pubblicato sulla rivista accademica dell’Università di Bologna “Griseldaonline”, avente ad oggetto la categoria del ‘nemico’ ed il suo legame con l’identità del Sé e del Noi (inteso come collettività) che nella narrazione dei totalitarismi è elemento ricorrente volto a favorire una forte mobilitazione sociale delle masse verso il dominio, esclusivo, unico e violento, da parte del partito e dell’ideologia unica.

Proseguendo nella metafora utilizzata, la “tela” su cui si stende l’oggetto di tale riflessione è evidentemente la categoria dello “Stato totalitario”, la quale ha avuto contrastata fortuna nel dopoguerra italiano, prima di venire (ri)accolta nella storiografia, come categoria interpretativa, a partire dagli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, fino alla sua auge negli ultimi anni, con il proliferare di produzioni storiografiche attorno a fascismo, stalinismo e nazismo. Se il rigoroso studio dei caratteri tipici dello Stato totalitario risulta indispensabile per la comprensione dei fenomeni storico- politico - istituzionali che hanno attraversato l’intero Novecento, almeno sino alla caduta del Muro di Berlino, l’abbondanza di scritti di mediocre valore scientifico per la dubbia attendibilità della modalità di ricerca storica e archivistica condotte sembra aver alimentato le tendenze emergenti del “revisionismo storico” e quella dell’ “antitotalitarismo acritico”.

Nel primo caso, al di là dei veri e propri fenomeni di deprecabile “negazionismo[1]”, si evidenzia la crescente diffusione di un’immagine edulcorata del fascismo nei suoi caratteri totalitari, accomunato alle altre dittature ma ritenuto non equiparabile a quelle tedesche e sovietiche, queste sì, davvero totalitarie. Si tratta per lo più di ramificazioni degeneri del pensiero storiografico derivante, per citarne alcune, dalla Scuola di Renzo De Felice[2] (a cui sono appunto accomunate molte di quelle interpretazioni ribattezzate “revisionistiche”) e dagli scritti di Giorgio Pisanò, questi ultimi in una dimensione apertamente conflittuale con la storiografia di sinistra.

Invece, la più recente Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa[3] (2019/2819(RSP)) pur riprendendo temi antifascisti consolidati, tralascia di denunziare nettamente il ruolo che le classi dirigenti dell’Europa liberale ebbero nell’affermarsi dei fascismi e nelle dinamiche che portarono alla Seconda guerra mondiale, tra cui la linea di “appeasement” francese ed inglese verso il crescente espansionismo tedesco negli anni ’30. Inoltre, essa contiene passaggi infelici sulle “moderne minacce esterne” e sulla “guerra di informazione” contro i paesi democratici dell’Europa, che contribuiscono inevitabilmente a depotenziare il valore della Risoluzione quantomeno come “manifesto politico” di una rinnovata esigenza di vigilanza contro i risorgenti neofascismi all’interno dell’Unione europea.

Pertanto, questa breve panoramica intende offrire l’occasione, attraverso il commento di pubblicazioni autorevoli ed il rimando agli opportuni riferimenti bibliografici, per riesaminare un tema spesso controverso, quale quello dei totalitarismi e dell’esperienza italiana del ventennio fascista, attraverso alcune coordinate ermeneutiche minime volte a stimolare la riflessione critica ed il ritorno alla principale Letteratura sul tema.

2. Fascismo come Religione Politica (di Emilio Gentile, da Fascismo. Storia ed interpretazione. Laterza, 2002)

Emilio Gentile ha segnato indubbiamente un nuovo “capitolo” nella percezione del fascismo da parte degli Storici negli anni più recenti. Allievo di De Felice, egli riprende le riflessioni di G.L. Mosse espresse ne La nazionalizzazione delle masse, per applicarle ai rituali e liturgie dell’Italia fascista. A differenza del suo Maestro, non le considera come elemento marginale dell’evoluzione ideologica del fascismo, e si sofferma non tanto sull’elemento sociale o di classe del movimento, quanto sulle ragioni più intime e profonde che hanno animato le persone nella loro militanza politica per il fascismo, seguendo una suggestione che era già stata formulata da Benedetto Croce. Gentile riconosce l’importanza degli aspetti indagati da Mosse per la Germania anche nel caso italiano. Il punto di svolta è proprio questo: ammettere che il fascismo è il primo regime che sperimenta le forme della religione politica in maniera originale e sistematica. In esso si ritrovano numerosissimi elementi che vogliono, in ultima istanza, realizzare una ritualizzazione del politico che coltivi i sentimenti e le emozioni delle masse. Ovviamente, l’eterogeneità del fenomeno fascista comporta che tale processo non sia stato né immediato, né totale, e Mussolini era in fondo rimasto “un vero laico”, capace di osservare la religione nel suo solo aspetto umano e storico. La presenza della Chiesa Cattolica ha giocato poi un ruolo fondamentale in tale processo evolutivo, ma fu fin da subito chiaro che contro di essa, sul piano della religione e dei rituali, non poteva certo giungersi allo scontro diretto, ad una sorta di “Guerra Santa” tra la religione politica e quella vera e propria, la quale sarebbe stata peraltro probabilmente persa dal fascismo; Mussolini non intendeva certo contendere alla Chiesa la materia religiosa in senso stretto, ma riteneva necessario, al di là di una ossequiosità formale, delimitare i rispettivi spazi di influenza, ed in particolare respingere l’associazionismo cattolico dalle ingerenze nella dimensione civica ed educativa dello Stato. Non sono mancati tuttavia pensatori che hanno subito visto nel fascismo una evidente “statolatria”, come Sturzo, o una forma degenere di “paganesimo nazionalista”, nella visione di Giordani, giudicando impossibile una conciliazione della fede politica nel fascismo con la personale devozione al cattolicesimo. Nel suo approccio realista, Mussolini ha avuto l’abilità di presentarsi come restauratore dei valori dello spirito e del prestigio della religione cattolica, ricollocando la Chiesa - mediante quel processo di conciliazione culminato nei Patti Lateranensi - nella funzione ideale di componente storica del Mito Romano e “religione dei padri”, ponendo anch’essa all’interno di una cornice pacificata con il processo risorgimentale italiano, di cui il fascismo doveva apparire l’unico movimento capace di raccoglierne l’eredità nazional-patriottica e romantica.  Il ricorso ai simboli, i rituali e le liturgie, evocanti idealità e spiritualità, uniti all’attivismo violento, poteva, nella concezione fascista delle masse, garantire il controllo delle stesse per il conseguimento dei fini più alti dello Stato, in quanto dominate dal sentimento e non dalla ragione, dall’entusiasmo e dai miti che inducono all’azione. E’ per questo che un tratto distintivo del fascismo dei primi anni, quello delle squadre d’azione, non è una componente meramente accessoria, ma costituisce elemento fondativo del nuovo partito di massa e richiama l’importante esperienza della Grande Guerra nella memoria collettiva. «Mito» e «religione» sono termini che ritornano continuamente nelle pagine di Gentile, ma se inizialmente i miti ed i simboli sono solo un collante finalizzato a tenere uniti i militanti in una comune “avanguardia politica”, con la progressiva trasformazione da movimento a partito, ed infine a partito unico, essi sono proiettati sulla società italiana come strumenti di interpretazione unici e veritieri del sentimento nazionale, creando così quella dicotomia tra nazione ed antinazione con cui combattere e marginalizzare le forze liberali, socialiste e comuniste, considerate “corpi estranei” alla nazione. Si sviluppa dunque in tale fase una lotta, non solo fisica, ma anche volta alla distruzione ideologica dei simboli avversari. Eppure, come ogni religione che si rispetti, il fascismo ha provato a dare una risposta al grande interrogativo della morte; i culti mortuari, naturale conseguenza della natura di partito-milizia - il cui principio è il giuramento di appartenenza, consacrazione della dedizione totale al partito - rinsaldano la comunione squadrista e sono dotati di una componente fortemente vitalistica, poiché “l’appello ai caduti” spinge i vivi a seguire l’esempio di azione e di fede nel fascismo di coloro che non ci sono più, riaffermandone la presenza oltre la morte. Accanto a queste forme più radicali, il cui target è la militanza più intransigente, vi sono simboli e rituali più semplici ed immediati, quali il culto della bandiera tricolore (non confinato agli uffici o alle celebrazioni di piazza) del Littorio e le festività pubbliche (come la Festa della Vittoria o il Natale di Roma), le date storiche nonché l’incontro e l’unione mistica dei “capi” con le masse osannanti, ed in particolare con il Duce, per costruire un vero e proprio “culto della personalità” ed, in ultima istanza, trasformare la mentalità, il carattere e il costume degli italiani per generare “un uomo nuovo” (Pietro Gobetti parla del “mussolinismo” come un risultato anche più grave del fascismo stesso). Tali elementi di “sacralità” sono evidenti anche nel lessico utilizzato da Mussolini, ad esempio nel discorso fatto ai militanti fascisti radunati a Napoli il 24 ottobre 1922[4], in cui parla del fascismo come di uno dei movimenti più “religiosi” della storia europea, promotore del “mito della nazione” quale fede incondizionata nella sua grandezza. E’ inevitabile dunque affermare che il fascismo sia stato, o abbia per lo meno tentato di essere, una religione politica, intesa come “sacralizzazione di un sistema politico fondato sul monopolio irrevocabile del potere, sul monismo ideologico e sul totalitarismo”. L’aspetto totalitario è, in qualche misura, un comune denominatore con i caratteri salienti dell’organizzazione della Chiesa Cattolica, ma ha anche un più pragmatico intento di porre il partito in una posizione di primazia nei confronti delle altre organizzazioni di regime; le “case del Fascio” vengono idealmente avvicinate a “luoghi di culto”; la campana di cui vengono dotate le sedi diventa una sorta di riferimento simbolico alla dimensione religiosa, mentre, più in generale, l’esaltazione del ruolo del partito soddisfa l’esigenza che esso si faccia prosecutore del messaggio della “Rivoluzione Fascista” e di esaltazione del senso della comunità. E’ dunque condivisibile l’osservazione secondo cui il fascismo intese “rivaleggiare con la religione” per definire il senso ultimo dell’esistenza degli individui.

3. Fascismo (politica e sociologia) (XVI, 1967) (di Paladin Livio, da voce Fascismo, dir. cost. in Enc. dir. XVI, Milano 1967)

ll saggio di Livio Paladin sulla forma di governo fascista è un contributo pregiato, ma non pienamente soddisfacente, alla problematica attinente al complessivo assetto istituzionale del fascismo. Il suo richiamo critico agli storici e ai giuristi che nel dopoguerra hanno considerato il fascismo come un ordinamento a sé stante, sulla scia di Croce che - tra il 1943 e il 1947 - si riferiva al regime come a una parentesi regressiva nella storia d’Italia, uno “smarrimento di coscienze”, evidenzia come la tesi opposta - la continuità dell’ordinamento - contenga elementi di ordine concettuale, storico e giuridico che ne mettono in luce le intrinseche debolezze.

Certamente, non bastano i mutamenti delle forme di governo o le sole vicende dei regimi politici ad “estinguere” un ordinamento giuridico; tuttavia, uno strisciante gradualismo nel riformare le istituzioni dello stato verso una soluzione rigorosamente autoritaria ed imperniata sull’esercizio personale del potere[5] rappresenta un indice pur sempre rilevante del possibile mutamento in corso nell’ordinamento stesso. Se alla Marcia su Roma non può essere attribuito il valore di frattura insanabile o di rivoluzione definitiva rispetto all’ordinamento preesistente, appare, di contro, riduttivo qualificarla solo come “l’ennesimo illecito di ordine penale” delle squadre fasciste, poiché essa ha sconvolto, di fatto - malgrado la parvenza di legittimità nella conseguente alternanza di governo - le norme costituzionali[6]. Dopo tale evento, il capo di un partito con 38 deputati alla Camera eletti nelle liste dei Blocchi nazionali (col 7% dei seggi) fu nominato dal Re Presidente del Consiglio di un Governo di coalizione (I governo Mussolini,) in cui i fascisti erano maggioranza rispetto agli appartenenti altri partiti (liberali, nazionalisti, popolari). Che la legalità costituzionale sia stata quantomeno messa in discussione a seguito di quell’azione, lo ammette lo stesso Mussolini nel suo aggressivo discorso di presentazione del nuovo governo alla Camera[7]. Quello che Paladin sottovaluta è, in sostanza, il carattere di «partito milizia» dei Fasci di combattimento prima, e del Partito nazionale fascista (Pnf) poi. La presenza di gruppi paramilitari non caratterizza il fascismo come variante deviata del partito politico di massa, ma è elemento distintivo di un nuovo tipo di partito di massa nel quale la violenza è una componente essenziale dell’esperienza e della cultura politica, supportata, tollerata ed incoraggiata tanto dai proprietari terrieri ed imprenditori per i suoi iniziali effetti benefici contro gli scioperi, e dalla maggioranza della classe piccolo-borghese[8] in funzione anti-socialista e anti-comunista, quanto dalle Istituzioni pubbliche che dell’ordinamento giuridico dovevano essere garanti. In altri termini, siamo in presenza di una parte politica che ha tratto la propria legittimazione più dalla forza che dalla partecipazione ai meccanismi previsti dal sistema politico vigente[9]. Se la “forma” parlamentare può dirsi ancora salva fino al 1923, ed anche dopo le prime elezioni successive alla legge Acerbo, in quanto vi sono i margini per una certa battaglia politica (seppur in una cornice di sistema tendente al semi autoritarismo), gli eventi successivi all’assassinio dell’on. Matteotti e alla “diserzione” dell’Aventino di una parte dei parlamentari d’opposizione sono la rappresentazione di una rottura di carattere non solo politico, ma anche giuridico[10]. Dalla dichiarazione di decadenza degli «aventinisti» prende avvio una vera e propria escalation di riforme dell’Esecutivo, lavoristiche, corporative, di politica criminale e giudiziaria, degli enti locali ed elettorali - le cosiddette «leggi fascistissime» -, con impianto “liberticida” e finalizzate a condurre il Pnf ad una identificazione definitiva con lo Stato, dando vita ad un regime politico monopartitico.

La svolta totalitaria viene definitivamente compiuta con la Legge 1019 del 1928, che introduce una lista elettorale unica nazionale per la Camera dei Deputati, da approvare o respingere in blocco (quest’ultima ipotesi non è nemmeno considerata dal nuovo Legislatore) attraverso il meccanismo plebiscitario[11]. Secondo tale legge la lista - in teoria stilata dal Gran Consiglio del Fascismo - è di fatto una proposta in comune accordo con il capo del Governo. Lo stesso organo viene infine “costituzionalizzato” con la legge 2693/1928, al fine di risolvere l’antinomia, consistente nella individuazione degli appartenenti ad un organo costituzionale dello Stato - la Camera dei deputati – su designazione di un organo partitico (collocato al di fuori dello Stato, ma ormai parte integrante, de facto, del nuovo ordinamento). In tal modo si ristabilisce un certo formalismo legale e si “chiude il cerchio” di quel processo di “fascistizzazione”, che conduce all’identificazione dello Stato col Partito unico. Pur essendo il Gran Consiglio un organo prevalentemente “consultivo” del capo del Governo, esso è giustamente inquadrato come il vero perno «rappresentativo» e di coesione del sistema-regime che, composto dall’élite fascista, è in grado di porsi in una qualche dialettica con Mussolini[12]. La definizione di “Capo del Governo in Gran Consiglio”, permette di inquadrare in modo calzante la poliedricità dei poteri giuridicamente attribuiti a tale carica - che resterà per tutta la durata del regime in capo a Mussolini - in considerazione dei suoi rapporti con “l’organo supremo del fascismo”. L’esistenza di un “pluralismo costituzionale”, rappresentato dalla Corona e dal Gran Consiglio non basta, invece, a rafforzare la tesi che il fascismo non sia inquadrabile come un regime personale.

Il consolidarsi del regime a carattere dittatoriale può essere confermato dal fatto che, ad appena un anno di distanza dalla legge istitutiva del Gran Consiglio (9 dicembre 1928), la legge 2099/1929 ne modificava la struttura, a causa della sua inadeguatezza a svolgere quell’azione di direzione e propulsione della politica fascista che gli era stata nominalmente assegnata. In conformità a tale legge, furono considerati membri a tempo illimitato solo i quadrumviri della Marcia su Roma; mentre restò immutata la possibilità per il capo del Governo di nominare membri del Gran Consiglio, per un triennio, soggetti che avevano meriti verso la nazione e la causa fascista. Contestualmente, con la modifica dello statuto del partito con R. D. 2137/1929, al Gran Consiglio veniva sottratto il titolo di “organo supremo del fascismo” ed il potere di nomina delle più alte gerarchie (segretario nazionale, vicesegretari, membri del direttorio nazionale), privandolo di fatto di ogni competenza di carattere deliberativo.

Sulla Monarchia, una dottrina autorevole (fra cui Paolo Barile) ha evidenziato come, con la crisi del Governo Facta e l’incarico a Mussolini, si fosse verificata una rottura della legalità statutaria anche da parte della monarchia (tanto da indurre a parlare di un «colpo di Stato monarchico-fascista»[13]) e come i comportamenti della Corona e del partito fascista vadano considerati illegittimi, secondo i parametri della forma di governo parlamentare, sia per la mancata firma del decreto che proclamava lo Stato d’assedio per sedare l’insurrezione delle squadre armate fasciste, sia per l’affidamento dell’incarico di formare il nuovo governo ad un leader di “minoranza assoluta”. In verità, il fascismo ha inteso rappresentare la totalità dell’esperienza storica e nazionale attraverso una “continuità ideale” con i valori risorgimentali, e pertanto non poteva apertamente venire in contrasto con la Corona, ma ha cercato a più riprese di ridimensionarne le prerogative, politiche e giuridiche. I poteri costituzionali del Re, del Governo e delle Forze armate, erano del resto stati “spontaneamente” consegnati nelle mani del Duce, e sebbene il capo del Governo fosse costituzionalmente esautorabile solo dal Re, l’esercizio di tale prerogativa fu sottoposta a un necessario e “illegittimo” (sic!) voto del Gran Consiglio (Ordine del Giorno Grandi del 25 Luglio 1943), che ripristinò i poteri e la dignità Regia e permise così alla Corona di privare il capo del governo della sue funzioni e delle deleghe del comando militare[14] e ciò malgrado, ai sensi della l. 8 giugno 1925, n. 866, il Re avesse nominalmente, in tempo di guerra, il comando dell’esercito mobilitato.

In conclusione, sebbene gli studiosi, tra cui lo stesso Paladin, abbiano posto in rilievo i limiti delle “velleità” totalitarie del regime, sulla base della persistenza della monarchia, delle “autolimitazioni” assunte mediante il Concordato del 1929 e la presenza di un potere giudiziario “separato ed indipendente” dal partito, va di contro riconosciuto che la Corona era stata svuotata di significato, la magistratura era stata privata fin dal 1926 del potere di giudicare i reati politici, di competenza del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, e che i Patti Lateranensi limitarono l’ingerenza della Chiesa e delle associazioni cattoliche nelle questioni politiche. Il fascismo, pertanto, si concretizzò come totalitarismo almeno nell’esercizio del potere di decidere ed attuare l’indirizzo politico nazionale voluto dal Duce, «uomo solo al comando della Nazione».

4. The Italian executioners: revisiting the role of Italians in the Holocaust (di Simon Levis Sullam, da Journal of Genocide Research, 19:1, 22-38, 2016)

Lo scritto del Prof. Sullam intende sfatare, in modo tanto critico quanto puntuale, il “mito” del buon italiano, contrapposto al cattivo tedesco, rispetto alle determinazioni assunte a detrimento degli ebrei, sia italiani che non, residenti in Italia, nelle zone occupate o in quanto profughi da altri paesi, e al degenerato progetto di deportazione nei campi di sterminio. Fulcro di tale articolo scientifico sono i precisi richiami documentali, i fatti storici e i riferimenti a figure di rilievo del fascismo, attive prima e dopo la formazione della Repubblica Sociale Italiana, i quali comprovano inequivocabilmente la pervasività di un certo antisemitismo italiano, tutt’altro che avulso dal fascismo, fin dalla sua “prima ora”.

L’opera di D. Rodogno[15] ha da tempo risalente confermato le aspirazioni imperiali italiane, divenute realtà quando nel 1941 vengono assegnate all’amministrazione italiana parti della Grecia, della Jugoslavia, Albania e Francia, occupate grazie all’intervento tedesco. Tale progetto fascista, di cui l’occupazione è stata una parte costitutiva, era intriso di una peculiare ideologia razzista, volta a stabilire una vera e propria gerarchia dei popoli nella regione dei Balcani, avvalendosi anche dell’“esperienza” maturata in Libia e Africa orientale. Nei fatti, il generale Roatta, a capo della II armata, perpetra su mandato di Roma, una sistematica opera di repressione, deportazione ed internamento della popolazione civile, per “sbalcanizzare” vaste aree e permettere una vera e propria opera di colonizzazione etnica. In tale contesto sorgono però alcune delle condizioni che alimenteranno in seguito la convinzione, diffusa anche fra una certa cerchia di storici, dell’estraneità o scarsissimo coinvolgimento delle autorità italiane rispetto alla persecuzione degli Ebrei. Per l’appunto, nel 1942 la popolazione di origine ebraica presente in Dalmazia diventa oggetto di una vera e propria “contesa” con Berlino, che ne chiese sempre più insistentemente la consegna, alla fine negata da Mussolini nel 1943. Tuttavia, in gioco vi era prevalentemente un’affermazione di sovranità contro le ingerenze della Germania e la preoccupazione per le probabili agitazioni della minoranza serba qualora si fosse proceduto ad accontentare l’alleato, con conseguente grave complicazione delle attività di controllo. Le ragioni squisitamente “umanitarie”, seppur presenti in taluni casi, erano assolutamente marginali; il fatto che Roatta e i suoi ufficiali superiori operarono in modo da evitare la deportazione delle comunità ebree di Dalmazia e di quelle che sfuggivano al genocidio perpetrato dagli ustascia croati nella zona di occupazione tedesca (non ci sono invece fonti sicure sull’avvenuta distribuzione di generi di prima necessità e cure) non contraddice l’antisemitismo largamente diffuso tra i quadri dell’esercito italiano, senza contare che nei territori occupati vigono le leggi razziali, vi è ampio ricorso all’internamento in campi di concentramento, come quello in Jugoslavia (Isola di Arbe), e che i respingimenti alle frontiere conducano nelle mani di croati e tedeschi grandi masse di profughi ebrei. L’antisemitismo fascista delle Leggi razziali, pur non pienamente assimilabile a quello nazista (Mussolini stesso conierà lo slogan “discriminare e non perseguitare[16]”), mirava certamente ad escludere dalla società e sopprimere le capacità di diritto pubblico ed i diritti politici degli ebrei italiani. Nella fase successiva alla crisi del 1943, la parte dell’Italia a nord della linea Gustav passa invece ad una condizione peculiare di “alleato sottoposto a regime di occupazione”[17], in quanto la RSI assume sul piano ideologico una condizione di omogeneità con la Germania, godendo di limitata autonomia politica e truppe, pur con un’indipendenza formale da esibire all’estero. Tale condizione ha inevitabilmente inciso sul ruolo assunto rispetto alla “Soluzione Finale” anche nell’Europa occidentale. E’ tuttavia innegabile che l'applicazione delle leggi razziali e la diffusa propaganda anti-ebraica crearono le condizioni (come la diffusione di un generico sentimento antisemita nell'opinione pubblica) che facilitarono le azioni ben più repressive messe in atto alcuni anni dopo dai nazi-fascisti. D’altra parte, Storici come Michaelis e De Felice hanno evidenziato che non sono pervenute prove di pressione diretta da parte tedesca nell'avvio della campagna razzista del fascismo italiano, iniziata il 15 luglio 1938, quando venne pubblicato il Manifesto della razza. La centralità del discorso antisemita trova riscontro nell’ampio spazio dato, durante la formazione dei giovani cadetti ufficiali della Guardia Nazionale Repubblichina, alle politiche culturali di matrice razziale. Il cambiamento si evince anche dalle figure a cui vennero affidati incarichi di responsabilità nel c.d. “Ispettorato Affari Razziale” della RSI, tra cui Giovanni Preziosi (inizialmente una figura isolata ed appena tollerata all’interno del partito fascista) ed, a livello locale, Giovanni Martelloni; il primo, assurse al rango di ideologo di riferimento della RSI, era impegnato da tempo risalente nella propaganda antisemita, nonché convinto sostenitore dell’idea di “risolvere radicalmente il problema degli ebrei”, mentre il secondo, prefetto a Firenze, riconduceva l’esigenza delle misure antisemite quali giusta punizione per aver gli Ebrei (secondo l’ordito del piano giudaico-massonico descritto nel falso storico dei “Protocolli dei Savi di Sion[18]”) precipitato il mondo in una tempesta di “odio, ferro e sangue”.  Non a caso, è lui stesso a predisporre in città l’Ufficio Affari Ebraici, che fungerà da vero e proprio centro di coordinamento per sequestri, confische, arresti ed azioni violente anti ebraiche, inizialmente occasionali, ma non certo casuali. Altri episodi, tra cui quello di Venezia del 5 dicembre 1943, o l’organizzazione del campo della risiera di San Sabba, dimostrano una partecipazione concreta e consapevole da parte sia di forze militari solitamente più vicine alla popolazione, quali l’Arma dei Carabinieri, che della popolazione civile, al piano di trasferimento degli appartenenti alla comunità ebraica verso i campi di transito, tra cui quello di Fossoli, realizzato con connivenza ed in modo tale da prevenire proteste o lasciare testimoni. Indubbiamente, l’amnistia Togliatti del 1946 ha sacrificato sull’altare della riconciliazione molte responsabilità delle gerarchie fasciste, ma anche di ampi strati della popolazione. La conseguenza più evidente è stata il perpetrarsi, a partire dal dopoguerra, di un’immagine distorta delle responsabilità italiane nell’Olocausto. Il riesame storiografico obiettivo di quelle vicende, tale da ricostruire le responsabilità giuridiche e morali dei singoli, si rivela quanto mai necessario, anche a distanza di tempo, per permettere un’autentica presa di coscienza rispetto agli errori del passato, e per prevenirne una repetitio diabolica.

5. Sulla Guerra e sul nemico (di Carlo Galli, Sulla guerra e sul nemico, «Griseldaonline», IV, 2004)

Il concetto di Nemico, rispetto alla Politica e alla Guerra, rappresenta un elemento di notevole complessità, che richiede una immancabile contestualizzazione storica. Carlo Galli esamina tale rapporto, attraverso un excursus temporale con cui delinea le differenze sostanziali della nozione di Nemico in contesti storico-culturali diversi, partendo da una dimensione quasi psico-antropologica del nemico, per poi richiamare numerosi autori che dal dualismo nemico/politica-guerra hanno attinto per formulare riflessioni di notevole spessore. Ad esempio, un autore relativamente recente come Karl Schmitt fa derivare il politico dal concetto di nemico. In questa ottica la perdita del nemico non è considerata un progresso, una riconciliazione, né l’apertura di un’era di pace o di fraternità umana; molto peggio, “sarebbe una violenza inaudita, il male di una cattiveria smisurata e senza fondo, una furia incommensurabile in forma inedita, quindi mostruosa, una violenza rispetto alla quale quel che chiamiamo ostilità, guerra, conflitto, inimicizia, crudeltà, persino odio, ritroverebbe dei contorni rassicuranti e finalmente pacificanti – perché identificabili. La figura del nemico sarebbe allora caritatevole (…). Nemico identificabile, cioè affidabile, fin nella sua perfidia – e dunque familiare. Un prossimo, insomma, si potrebbe quasi amarlo come se stessi, lo si riconoscerebbe un vicino, benché sia un cattivo vicino, cui fare la guerra”.

L’autore procede dunque ad indicare le possibili funzioni, generalmente ambigue, del nemico, in quanto esso è talvolta al di fuori di noi, tra l’altra è parte di noi, senza negare appieno la nostra identità, ma anzi consolidandola, diventando un “avversario strutturante”. In una certa misura, esiste un filo che unisce l’amico al nemico: tale rapporto è differente dall’amicizia, perché nell’amicizia è basata su paritarietà, simmetria, reciprocità. Allo stesso modo, guerra e pace non sono sempre rigorosamente distinguibili, ma sono sempre soggette ad un rischio di indistinguibilità, di cui spesso la Politica cade vittima. Tale riflessione viene quindi traslata in diversi contesti storici; quello della Grecia antica, dove il nemico è incardinato all’interno di una dimensione di “ostilità naturale”, esemplificata dalla prima vera narrazione sulla Guerra, quella contenuta nell’Iliade, tra Troia e Achei, in cui manca una rispettiva immagine disumanizzata, salvo alcune eccezioni, fra gli appartenenti agli opposti schieramenti. Tuttavia, pur in tale cornice di ostilità naturale, il conflitto tra ellenici e barbari (polémos) viene da Platone confrontato con la diaphorà, del nemico interno alla polis, del nemico in noi. Dunque, già allora la dimensione interna ed esterna del nemico sono oggetto di riflessione. Solo il pensiero politico moderno nelle sue forme più mature, a partire dal sorgere del giusnaturalismo, ha l'intento di neutralizzare puramente il conflitto, cioè la politica intende assumere nei confronti della guerra un rapporto di controllo strumentale. Tuttavia, più che soffermarsi sulle peculiarità delle singole tappe storiche ripercorse da Galli (da quella romana, dove il nemico è tale in quanto riconosciuto in un contesto di belligeranza dichiarata, altrimenti è solo un criminale – quindi interno – , fino alla riflessione sull’ebraismo e cristianesimo, che vedono un nemico non tanto nell’estraneo, ma nell’eretico), vi è da riflettere su come tale discorso possa porsi in termini di qualche utilità nell’approccio alla Politica ed al fenomeno della Guerra. Ed allora, un riferimento sicuramente a noi più prossimo per comprendere l’attualità e l’interconnessione dei due concetti, è il pensiero di G.L. Mosse, che nell’opera Fallen Soldiers. Reshaping the memory of the World Wars affronta il tema della prima guerra mondiale esaminando col “grand’angolo” il conflitto, cioè ripercorrendo le line di continuità intercorrenti tra gli eventi del ‘900, ed in particolare il suo bellicismo, ed i fenomeni nati tra fine Settecento e Ottocento. Il primo conflitto mondiale vede la commistione del lutto con quella del sentimento d’orgoglio di aver combattuto una causa nobile, del martirio eroico che poi alimenterà la retorica nazionalista successiva. L’esperienza bellica, soprattutto volontaria, assume una valenza simbolica poiché eredita dalla Rivoluzione francese l’idea che ci si batta per preservare una coscienza nazionale contro un nemico illegittimo, in quanto mirante ad aggredire valori universali quali la Verità, Uguaglianza e Libertà, un nemico perciò “disumano”. Col tempo, tale disumanizzazione dell’altro assurgerà a caratteri essenzialmente razziali, fino ad una aberrante “demonizzazione” del nemico, iper-rappresentato dalla propaganda nei suoi tratti peggiori e da sterminare senza indugio al fine di preservare la sanità della politica, determinata secondo canoni e dettami della logica totalitaria. Dopo le due guerre mondiali, il processo di “normalizzazione” e contenimento dei conflitti cercherà di criminalizzare la guerra nella sua interezza e regolamentare tanto lo jus in bellum che lo jus ad bellum , distinguendo i legittimi belligeranti dalle figure civili e da coloro che, pur in una dimensione di illiceità, sono qualificabili solo come criminali. Eppure, anche in questo caso si verificheranno situazioni border line, mentre la “Guerra Fredda” avrà comunque un ruolo egemonico nel delimitare la conflittualità in una dimensione esterna dei blocchi contrapposti. Ed oggi, nel momento in cui ci si trova ad affrontare invece un “nemico fantasma” che fa ricorso a forme di guerra asimmetrica e agli strumenti del terrorismo, che si pone esternamente in una condizione precisa e ben identificabile, ma che si mimetizza all’interno e comunica attraverso le reti globali per perpetrare il suo messaggio di morte, la politica sembra saper rispondere esclusivamente con una “seconda demonizzazione” del diverso, rispolverando a sproposito il concetto di totalitarismo. Ciò sta conducendo sempre più spesso ad intraprendere scelte di “criminalizzazione preventiva” che minano le fondamenta di un percorso che, fino a qualche tempo fa, avremmo detto ormai consolidato, per lo jus publicum europaeum.


Note e riferimenti bibliografici

[1] Claudio Vercelli, Il negazionismo. Storia di una menzogna, Laterza, Roma-Bari 2013, pp. XI-216

[2] Cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1975; De Felice, Rosso e Nero, Baldini e Castoldi, Milano 1995.

[4] Benito Mussolini, Opera omnia, Vol XVII, La Fenice, Firenze 1972, pag. 457

[5] Cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato Totalitario, Torino, Enaudi, 1965.

[6] A tal proposito Salvatorelli dirà: “Che cosa sono, per esempio, le occupazioni sistematiche di città e di municipi, per cacciar via o costringere alle dimissioni l’amministrazione in carica, se non un deliberato annullamento del suffragio popolare?” Cfr. L. Salvatorelli, Nazionalfascismo, Torino, Einaudi, 1977, pag. 83.

[7] Celebre la frase pronunciata da Mussolini il 16 novembre 1922: “Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli […] ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Benito Mussolini, Opera omnia, vol. XIX, La Fenice, Firenze 1972, p. 17.

[8] Il termine utilizzato sia da Salvatorelli che da Angelo Tasca [e che] va inteso come “quella parte di società che non appartenendo al capitalismo, e non costituendo neppure un elemento dei processi produttivi, rimane altresì nettamente distinta dal proletariato, quanto per abitudini sociali “borghesi” e per una propria coscienza di classe non proletaria”.

[9] Cfr. Renzo De Felice, Mussolini, il rivoluzionario 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965. L’autore della monumentale biografia di Mussolini in 4 volumi (pubblicata tra il 1965 e il 1997) si discosta in più punti dalle posizioni di Emilio Gentile (ad esempio in relazione alla sussistenza e rilevanza delle “liturgie” del fascismo), evidenziando nel primo di tali volumi, il carattere eversivo-rivoluzionario anche del fascismo successivo agli anni Venti.

[10] Discorso del 3 gennaio 1925 in Benito Mussolini, Opera omnia, vol. XXI, La Fenice, Firenze 1972.

[11] Si tratta di un meccanismo demagogico, ove il popolo è etero-direzionato affinché “il pensiero e la volontà della massa” combacino con quella che è la volontà del Duce e il cui esito fu quello ovvio di un regime totalitario. Il plebiscito del 24 marzo 1929 vide, infatti, solo l’1,5% di votanti contrari, quello del 1934 solo lo 0,15%.

[12] La questione della successione del capo del governo rimase sostanzialmente latente durante il fascismo, mentre la norma che prescriveva il parere del Gran Consiglio in materia di successione al trono e prerogative ed attribuzioni della Corona rappresentò comunque un intaccamento, ancorché non esercitato, alle potestà regie e dell’aura “carismatica” della Corona.

[13] A tal proposito, S. Merlini ha affermato che: «la forma parlamentare realizzata in Italia era un (…) modello più politico che giuridico e che le basi legali del regime non stavano nel parlamentarismo (…) ma nella prerogative regia. (…) Mussolini comprese questa ambiguità e (…) pur intervenendo pesantemente sulla forma di Stato liberale (…) cercò di accreditare la tesi che con il governo fascista si fosse realizzato il vero “ritorno allo Statuto” e restaurata l’autorità del “governo del re”» in S. Merlini, Il governo costituzionale, in Storia dello Stato italiano, R. Romanelli (a cura di), Donzelli editore, Roma, 1995, pag. 42.

[14] Cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, vol I, tomo II, Torino, Enaudi, 1990, p. 1236.

[15] Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo: le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa, 1940–1943, Bollati Boringhieri, 2003.

[16] Francesco Maria Feltri, Il nazionalsocialismo e lo sterminio degli ebrei: Lezioni, documenti, bibliografia, Giuntina, 1995

[17] In questi termini, L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, Bollati Boringhieri, 2007;

[18] Roberto Farinacci, in una celebre conferenza del 1938, citava un articolo apparso in 4 giugno 1919 nel “Popolo d’Italia”, in cui Mussolini rappresentava gli eventi della Rivoluzione Russa nella classica lettura della congiura ebraica. Tuttavia, tale impostazione è sostanzialmente smentita da altre dichiarazioni dello stesso Mussolini, rilasciate in seguito sempre sulle colonne del “Popolo d’Italia”, o in comunicati di propaganda, come quello del 1923 dopo l’incontro con il Rabbino di Roma Angelo Sacerdoti. Il percorso del “Mussolini razzista” non è quindi lineare, né è presente una volontà intenzionalista rispetto al genocidio ebraico, ed anzi gli opportuni aggiustamenti, fino all’abbandono apparente dell’ostilità antiebraica, hanno permesso a numerosi israeliti italiani di accostarsi nel tempo al fascismo. Tale questione è stata puntualmente affrontata nel dettaglio da G. Fabre, in Mussolini razzista: dal socialismo al fascismo, la formazione di un antisemita, Garzanti, 2005.

Appendice bibliografia

  • Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunità 1967 Id., Archivio Arendt. Feltrinelli 2002, 2 voll.;
  • Id., La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli 1963
  • Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, Il Mulino 1989
  • Donald Bloxham, Lo sterminio degli ebrei. Un genocidio, Einaudi 2010
  • Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi 2003
  • Johann Chaputot, Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regime autoritari in Europa (1918- 1945), Einaudi, 2015
  • Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Il Mulino 1997
  • Ian Kershaw, Il nazismo. Problemi interpretativi e prospettive di ricerca, Bollati Boringhieri,1995
  • Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scende dal genocidio degli ebrei (1943-45), Feltrinelli 2016
  • Victor Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich: taccuino di un filologo, Giuntina 1998
  • Enzo Traverso, Il totalitarismo. Storia di un dibattito, Bruno Mondadori 2002
  • Id., La violenza nazista. Una genelogia, Il Mulino 2002
  • Id., A ferro e fuoco. La guerra civile europea, Il Mulino 2007
  • Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra modernità, violenza politica (1914-1918), Donzelli 2003
  • “Hannah Arendt” di Margarethe Von Trotta (2012)